In America
Non si può dire che Jim Sheridan sia un regista prolifico: cinque film in quindici anni. Certo è, quindi, che la sua arte non si basa sulla quantità ma sulla qualità. Dal suo ultimo film "The boxer" è trascorso un lustro e il paesaggio irlandese, europeo e mondiale è cambiato molto. Sheridan si sposta dall'amata Irlanda e approda a New York. Una New York dove, però, il tempo e lo spazio non contano. Benché ci sia stato "l'undici settembre", in questo film non si sente, perché il luogo dove si svolge l'azione è sì reale, ma allo stesso tempo è profondamente irreale. Ma facciamo un pò d'ordine.
Una famiglia irlandese composta da padre, madre e due figlie arriva in America con l'intento di crearsi una nuova vita, però è come se fuggissero da qualcosa. In effetti il figlioletto è da poco morto in un incidente domestico, lasciando i genitori nello sconforto più grande. A Manhattan sono costretti a vivere di stenti, in un palazzo popolato da tossici, drag queens e un misterioso uomo che urla.
Jim sheridan ha cercato di fare un film autenticamente americano con gli occhi di un immigrato irlandese. Bisogna dire che ci è riuscito benissimo. "In America" è un film sentimentale, è una favola, è un dramma interiore e quant'altro. C'è anche tanto cinema dentro: da "Un albero cresce a Brooklyn" di Elia Kazan (storia di una famiglia, per l'appunto, irlandese che deve lottare con la vita) al magico John Coffey de "Il miglio verde". Però questi riferimenti non escludono un linguaggio estremamente personale (tra l'altro i personaggi e la storia sono tratti da fatti realmente accaduti a Jim Sheridan). Nel film tutto è raccontato senza clamori. Tutto quello che succede è ordinario ma allo stesso tempo straordinario. Tanto più che le cose non hanno neanche un nome per non doverle ancorare strettamente ad una concezione "terrena". Noi non conosciamo il cognome di Johnny, Sarah, Christy e Ariel, così come sappiamo che l'AIDS è ben presente nel film anche se non è mai nominato (è soltanto un qualcosa di atroce che porta via).
Strutturato come una favola tragica con il "consueto" ritorno alla vita, alla maniera del grande Frank Capra, "In America" è pero anche un film estremamente moderno, con un'analisi della follia che ricorda quasi Cassavetes, ed un equilibrato passaggio dalla pellicola al nastro magnetico (l'occhio di Christy, rappresentato dalla telecamera).
Insomma anche se sappiamo benissimo durante il corso del film ciò che accadrà dopo, non ci dà assolutamente fastidio (d'altra parte anche nelle favole immaginiamo benissimo il percorso del racconto).
E alla fine anche noi ci sorprenderemo a salutare quell'omino che passa in bicicletta davanti alla luna, per andare chissà dove.

Renato Massaccesi

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