I figli degli uomini
Quando cerchiamo un film da vedere o un libro da leggere spesso ci affidiamo alla ricerca per "generi" (che sia fatta con Internet o in altra maniera è uguale), e quando scegliamo per la "fantascienza", pensiamo a qualcosa che non potrà mai accadere se non nell'immaginazione di qualcuno. Ma se poi quanto descritto in questi lavori accade sul serio, queste opere passano sotto nuove denominazioni? Sarebbe bello saperlo, anche se, nel caso specifico, si spera che quanto descritto in "I figli degli uomini" non succeda mai.

Siamo infatti nel 2027 e il grande problema di tutto il pianeta è l'infertilità degli umani. Non si riescono a fare bambini, il più giovane è appena morto ed aveva già 18 anni. Ogni nazione cerca di salvaguardare i propri territori, le frontiere sono ipercontrollate e gli immigrati irregolari trattati alla stregua degli ultimi dei criminali. A Londra l'ex attivista, ormai triste burocrate Theo (Clive Owen) si trova però tra le mani la possibilità di dare nuova speranza all'intera umanità. Una profuga con cui viene in contatto infatti è incinta…

Ispirato all'omonimo libro della scrittrice inglese P.D. James scritto nel 1992, il film diretto e co-sceneggiato dal messicano Alfonso Cuaron è una storia apocalittica su una delle possibili rotte che il futuro dell'umanità potrebbe intraprendere. Poco più di un anno fa gli attentati alle metro di Londra, quest'estate invece quelli sventati per poco agli aeroporti sempre organizzati da immigrati ormai da un paio di generazioni cittadini inglesi. La scelta quindi della capitale del multiculturalismo non è casuale ai fini della lettura della storia immaginata. Prevedendo un rigurgito di nazionalismo, dove il mantenimento della purezza della "razza" si suppone possa favorirne lo sviluppo (in questo caso superare il problema della fertilità) si ricorda che quella occidentale è una civiltà in declino che non fa figli (tutti gli inglesi del film sono bianchi, nonostante la realtà delle cose dica altro) .Solo con la "contaminazione" ci sarà un futuro, ricordando poi che se non saranno degli "stranieri" a fare attentati, a progettali saranno comunque dei dissidenti interni.

Un film sull'umanità che si limita ad evocare le atmosfere catastrofiche che spesso abbiamo il timore possano avverarsi. Poco viene spiegato in modo che tutto torni nella mente dello spettatore (differentemente dal libro ben più complesso e "politico"), c'è qualche incongruenza della sceneggiatura, ma appare una scelta abbastanza decisa degli autori. Al centro della narrazione non c'è però la descrizione di questo "nuovo/vecchio" mondo, ma il personaggio di Owen, un "non eroe" che si trova costretto suo malgrado a prendere continuamente decisioni che appaiono forzate. Attraverso lui conosciamo quel tanto che basta per capire perché si comporti in quel modo in momento. E tanto basta. Cuaron lo tiene sempre in scena, lo segue spesso come un reporter di guerra farebbe con un gruppo di militari impegnati in un raid. E così spesso lo perde di vista riprendendolo poi di spalle mentre si allontana correndo non riuscendone mai a catturarne un primo piano. Una contaminazione di stili, che ha nella forza dei lunghi "piano-sequenza" (sequenze costruite da un'unica inquadratura senza stacchi di montaggio) gli apici della suspance creata. E non è importante se l'obiettivo si sporca di macchioline di sangue: siamo abituati a vedere la guerra con i servizi televisivi quindi l'effetto finale è semplicemente più realistico e avvincente (mentre ha dichiarato Cuaron che è stato inizialmente un "errore" impossibile da sistemare). Complice è una colonna sonora composta da pezzi moderni e del recente passato, elemento che rende tutta la storia ancora più vicina al presente di quanto si possa immaginare sarà il 2027.

La frase: "Non nasce un bambino da 18 anni e tu lo vuoi chiamare Froley?".

Andrea D'Addio

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