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Hungry Hearts









Tratto dal libro “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, “Hungry Hearts” racconta la storia di una giovane coppia innamorata alle prese con un’improvvisa gravidanza e l’esperienza della maternità. Mina (Alba Rohrwacher) decide di allevare il bimbo secondo dei principi radicali che prevedono una dieta vegana e un contatto il più possibile limitato con l’esterno, una New York caotica ed inquinata.
Nonostante i dubbi del marito e la crescita rallentata a cui il bambino va incontro, la donna non vuole smuoversi dalle sue posizioni e la sua scelta si trasforma in una lotta ossessiva e incontrollata, destabilizzando il rapporto di coppia.
Il film di Costanzo parte con i migliori auspici: l’incontro tra i due protagonisti nel bagno di un ristorante cinese è fresco, originale e introduce in maniera efficace caratteri e atmosfera. Dopo qualche breve sequenza ci troviamo già davanti ad una coppia consolidata che si appresta ad affrontare la nascita di un bambino e qui il film cambia tono e direzione: dall’incontro sentimentale si passa ad atmosfere progressivamente sempre più angosciose e al racconto di un’ossessione che mangia vivi, letteralmente, i due giovani e il loro rapporto.
Seguendo la cifra stilistica de “La solitudine dei numeri primi”, Saverio Costanzo mette allora al centro della sua indagine l’ambiguità dei sentimenti, la deriva distruttiva del desiderio e dell’istinto, strutturando il suo film come un lento disfarsi della ragione e il prevalere della soggettività, impulsiva, ossessionata e spaventata di fronte all’inserirsi, nel rapporto, di una terza presenza.
Il coraggio e le scelte registiche sono ammirabili: scegliendo di raccontare la vicenda tramite grandangoli, fish-eye e prospettive distorte, Costanzo sperimenta nel linguaggio e nell’uso espressivo dell’immagine, collezionando più di una sequenza efficace e, soprattutto, tessendo un’atmosfera soffocante e ‘repellente’ che specchia appieno l’animo del film.
Il problema di “Hungry Hearts” è però nella debole, fragilissima sceneggiatura: il racconto di quest’ossessione e delle sue derive ai limiti dell’horror non sono mai indagate come dovrebbero e rimangono incagliate in una rappresentazione superficiale. In particolare il personaggio della madre di Jude, che sarebbe potuto essere un interessante ‘terzo incomodo’, rappresenta un grave errore di scrittura e caratterizzazione: scialbo e troppo poco ambiguo per risultare efficace, è protagonista di alcune scene che, drammatiche sulla carta, a conti fatti sfondano le soglie del ridicolo involontario. E così dopo una prima parte che, nonostante alti e bassi, risultava energica, il film non riesce più a gestire le sue debolezze e si sfalda in una rappresentazione approssimativa che svela tutti i buchi di sceneggiatura.
Nonostante tutti gli evidenti difetti, però, bisogna ammettere che sulla pelle rimane la sensazione di un film pulsante e sentito, sicuramente danneggiato da una scrittura approssimativa ma vivace nel linguaggio e nelle scelte stilistiche. Chissà se, con un lavoro su personaggi e dinamiche diverso, Saverio Costanzo avrebbe realizzato quell’opera morbosa e viscerale a cui ambiva. A parere di chi scrive, probabilmente sì.

La frase:
"Loro vedono ma non capiscono cos’hanno davanti".

a cura di Stefano La Rosa

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