L'ultimo inquisitore - Goya's Ghosts
Nella Spagna del 1792 l'Inquisizione era ancora un'istituzione potente e soprattutto operativa a pieno regime. In Francia, solo tre anni prima, i rivoltosi avevano assaltato la Bastille dando inizio a quello che sarebbe stato l'evento che avrebbe sconvolto per molti decenni il mondo occidentale e le cui conseguenze avrebbero per sempre modificato le esistenze delle generazioni a venire. Sarebbe stata questa una bella ed interessante chiave di lettura dell'ultimo film di uno dei registi più amati del secolo scorso, Milos Forman. Ma il contrasto e le dicotomie tra due mondi così vicini geograficamente ma lontani spazi siderali come mentalità e sviluppo del pensiero filosofico è solo lambito da "L'ultimo inquisitore", così come tangenzialmente si tratta della vita del pittore Francisco Goya ed ancora più superficialmente si parla dell'innata aspirazione dell'uomo ad arrampicarsi sulle ripide scale che portano alle vette della società.

Dall'autore di capolavori come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Amadeus" (di cui il film ricorda alcuni momenti rispettivamente nella descrizione della pingue monarchia spagnola e nella carrellata di un manicomio ante litteram) ci saremmo aspettati un maggior livello di introspezione e soprattutto una narrazione meno convenzionale. Invece, "L'ultimo inquisitore" - tratto da un romanzo scritto dallo stesso Forman assieme a Jean-Claude Carrière - rimane in superficie senza mai affondare l'analisi sul periodo che ci rappresenta e proponendoci personaggi o scontati o privi di spessore. Con una fotografia piatta e senza anima Forman realizza un film che tentenna tra la tentazione di spiegarci il ruolo di un artista della grandezza di Goya testimone delle tragedie che gli si compiono intorno, all'intento di realizzare un melò cavalleresco alla Dumas dove sentimenti come amore, onore, vendetta dominano i destini degli uomini. Il risultato è un'opera confusa - e la commistione tra registro drammatico e toni da commedia accentua il disorientamento - dove solo in alcuni momenti (l'ultima sequenza su tutte) il genio del regista di origine ceca si eleva e, pur se per poco, ci incanta.

Il buon cast di attori presenti (brava la Portman nel doppio ruolo affidatole, dignitoso Stellan Skarsgard nei panni di Goya, un pò troppo carico il divo Bardem) mitiga lievemente la delusione per un film per il quale nutrivamo qualche aspirazione in più.

La frase: "La tortura con la corda è quello che ci vuole in questi tempi confusi".

Daniele Sesti

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