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Gemini Man

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio26 settembre 2019Voto: 6.0
 

  • Foto dal film Gemini Man
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L’idea alla base del quattordicesimo lungometraggio diretto dal taiwanese Ang Lee risale addirittura al lontano 1997, quando al timone di regia doveva esservi il Tony Scott che, autore di “Top gun” e “L’ultimo boy scout – Missione: sopravvivere”, ci ha purtroppo lasciati nel 2019, a soli sessantotto anni.
Un’idea che soltanto oltre due decenni più tardi, dopo che Jerry Bruckheimer – produttore delle saghe “Beverly Hills cop” e “Pirati dei Caraibi” – ne ha acquistati i diritti, ha avuto modo di essere sviluppata e concretizzata sul grande schermo, grazie anche (e soprattutto) ai notevoli progressi svolti nell’ambito dell’effettistica digitale e delle tecnologie cinematografiche, ancora in fase di evoluzione e troppo inadeguate, negli anni Novanta, per la tipologia di vicenda proposta.

La trama, infatti, sarebbe in sostanza quella sfruttata e risfruttata – sia in letteratura che nell’ambito della Settima arte – del killer professionista che, deciso a ritirarsi e a porre fine alla propria carriera di assassino a pagamento dopo aver portato a termine innumerevoli omicidi per conto di un’organizzazione criminale, viene preso di mira proprio da quest’ultima, intenzionata ad eliminarlo.
Ma, con il mai disprezzabile Clive Owen impegnato ad incarnare il cattivo di turno, la novità delle quasi due ore di visione risiede nel fatto che ad essere incaricato di uccidere il protagonista Henry Brogan, ovvero Will Smith, non sia un sicario qualunque, bensì il proprio clone, più giovane di venticinque anni e ricavato dal suo stesso DNA.
Quindi, affiancato dall'agente governativo Danny Zakarweski alias Mary Elizabeth Winstead, è un ex “principe di Bel Air” alle prese con un se stesso fornito delle sue medesime abilità e capace, di conseguenza, di anticiparne ogni singola mossa a regalare la lotta senza esclusione di colpi su cui viene strutturato il lungometraggio, girato in High Frame Rate 3D.

Del resto, forte di immagini che appaiono altamente dettagliate proprio per merito di questo innovativo sistema, è senza alcun dubbio l’accattivante aspetto visivo a rappresentare il principale motivo d’interesse dell’operazione, che, destinata a far salire lentamente la tensione sulla evidente falsariga di tanti spy movie risalenti agli anni Settanta, persa in sala e guardata a casa una volta distribuita in home video non risulterebbe affatto distante da molti altri blockbuster d’azione concepiti su suolo hollywoodiano.
Perché, ovviamente, sebbene il plot tenda a ribadire che nessuno è perfetto nell’offrire una chiara riflessione anti-bellica infarcita di sentimenti che legano un padre ad un figlio, non è davvero l’azione a rivelarsi assente, tirata in ballo attraverso momenti da antologia del genere comprendenti un violento scontro corpo a corpo consumato nelle catacombe e, in particolar modo, un inseguimento tra motociclette con tanto di acrobazie.

Anche se una mano registica maggiormente adatta al filone quale poteva essere quella di John Woo o, molto più semplicemente, di Michael Bay avrebbe di sicuro giovato al tutto in fatto di ritmo narrativo da pellicola d’intrattenimento, considerando che la provenienza di Lee da spettacoli in fotogrammi legati per lo più ad un circuito “d’autore” (della sua filmografia, ricordiamo “Ragione e sentimento” e “I segreti di Brokeback Mountain”) non manca di lasciar avvertire occasionali cadute nella fiacchezza.


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