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La collina dei papaveri











Ritorno di Goro Miyazaki alla regia di un nuovo film d’animazione.
Suo fu l’esordio con "I racconti di Terramare", favola fantasy che però non convinse la critica. Questa volta ci prova con un racconto di formazione più vicino alle corde del padre e maestro Hayao, che guarda caso firma la sceneggiatura.
Giappone, 1963. All’interno del liceo Konan gli studenti lottano per salvare dall’abbattimento la vecchia casa dove si svolgono i corsi dopo scuola. Tra loro spiccano Umi e Shun, due giovani innamorati che scoprono di avere in comune lo stesso padre...
Tratto dalla serie omonima di fumetti per ragazze (i cosiddetti Shojo manga) pubblicati negli anni ’80, "La collina dei papaveri" è una pellicola d’animazione sentimentale, ma dagli echi storici. Il periodo descritto è quello che precede di pochissimo le note olimpiadi a Tokyo, un momento in cui il Giappone era chiamato a guardare al futuro verso il rilancio e alla responsabilità civile. Ed è innegabile quanto questo aspetto si faccia suggestivo guardando all’oggi, il dopo Fukushima. Parallelismi storici a parte, l’ultima creazione dello studio Ghibli piace, appassiona, pur non sorprendendo come al solito. L’occhio di Goro Miyazaki si è fatto più attento e ora la sua regia appare più matura, meno acerba che in passato, ma si ha la sensazione di volare basso. Cosa assai strana, per un film col marchio Miyazaki.
Ottima invece la colonna sonora, diretta da Satoshi Takebe, che sembra accompagni i movimenti dei personaggi. Come danzassero sognando il domani.

La frase:
"Così ero sicura che ritrovasse la strada".

a cura di Diego Altobelli

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