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Franny











(Richard Gere) è Franny, un affascinate milionario che nasconde un segreto che non ha mai rivelato. Non lavora e ha trovato nella beneficenza la sua unica ragione di vita.
Quando dopo tanti anni ritrova Olivia (Dakota Fanning), la figlia dei suoi più cari amici, sposata e in procinto di diventare madre, Franny non riesce a fare a meno di aiutarla.
Offre così a Olivia e a suo marito incredibili opportunità, cercando al tempo stesso, però, di gestire la loro vita in maniera sempre più invadente, fino a quando quel segreto nascosto riemergerà dal passato con conseguenze inimmaginabili...
Nato dai produttori de “La Frode” (piccolo gioiellino di assoluto valore), “Franny” è il ritratto di un uomo dalla forte personalità in crisi che segna l’esordio alla regia del talentuoso sceneggiatore e regista Andrew Renzi.
Bene ma non benissimo ovvero benino che nella lingua di chi parla come mangia si traduce con una sufficienza stiracchiata dal retrogusto un po’ mediocre.
Se è, infatti, da applausi (l’ennesima) prova attoriale di Richard Gere, che si dimostra interprete completo e profondo conoscitore delle sfaccettature della psiche umana, è tutto il contorno della pellicola, sceneggiatura in primis, a non convincere, non del tutto, almeno.
La storia, infatti, si impone (in maniera tirannica) sullo spettatore sin dal prologo obbligandolo a seguirla e non lasciando lo spazio a riflessione personali o all’approfondimento della stessa.
Sembra quasi che chi abbia firmato il copione avesse tanto a cuore il nodo centrale della vicenda da non curare la struttura e gli aspetti secondari della storia che tuttavia sono fondamentali al fine di dare credibilità e profondità alla storia stessa. Così per esempio noi assistiamo a drammi che si scatenano e svaniscono nel tempo di un respiro, personaggi che compaiono senza sapere perchè o per come e, dulcis in fundo, al tanto sospirato senso di colpa del protagonista che scompare, letteralmente, nel giro di una manciata di secondi.
La Fanning risulta ingiudicabile in quanto, sostanzialmente, compare nel film per non più di dieci minuti complessivi e con alle spalle una singola scena di una certa levatura. Più spazio ha invece suo marito, Theo James, che pur mostrando dei progressi deve ancora affrancarsi dallo stereotipo del classico belloccio hollywoodiano prima di potersi affermare con credibilità sulla scena.
In sostanza all’uscita dalla sala il dubbio che con “Franny” si sia tentato di replicare quel gioiellino che è stato “La Frode” è molto, molto, forte e lo dimostrano le caratteristiche dei due film: drammi sociali che ruotano attorno a una singola figura dalla spiccata personalità e dal forte carisma che a suo comodo duetta o meno con gli altri figuri della storia.
“Franny” non è un film malvagio ma manca di sensibilità, di profondità e di capacità nel rendere vero ciò che scorre sullo schermo. Solo Richard Gere risulta credibile e profondo ma è al contempo schiavo di un personaggio non abbastanza approfondito e questo è un peccato dato lo spunto piuttosto interessante alla base del copione.
E’ un film molto primordiale che non cerca nelle musiche o nei guizzi di camera delle spalle alle quali appoggiarsi, si presenta come un Gere show e come tale tenta di trionfare ma purtroppo la pellicola stenta e tonfa più di una volta. Considerando che è un esordio non è comunque tutto da buttare, ma bisogna lavorare molto sulla scrittura, sulla profondità di questa e sulla veridicità di personaggi ed emozioni.

La frase:
"Mi dispiace Bobby, è stata colpa mia".

a cura di Jacopo Landi

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