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Everest











L’uomo ha sempre voluto andare oltre i propri limiti e salire sul tetto del mondo è stato un modo molto affascinante per farlo. Sin dalla primissima ascensione avvenuta nel lontano 1953, effettuata dal neozelandese Edmund Hillary e dallo Sherpa Tenzing Norgay, l’Everest è diventato l’obiettivo di un numero maggiore di alpinisti. In molti sono morti sulle sue pareti ghiacciate, ma una delle spedizioni più sanguinarie della storia è sicuramente quella del 1996 organizzata dall’Adventure Consultants di Rob Hall.
La storia forse sarebbe stata dimenticata come tante altre tragedie se nella spedizione non ci fosse stato il giornalista Jon Krakauer, che ha raccontato il tutto nei minimi dettagli con il libro “L’Aria Sottile”.
Proprio quest’opera letteraria è stata l’ispirazione per la trasposizione di “Everest”, film scelto per aprire la 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
L’opera è costata 65 milioni di dollari ed è stata affidata al regista islandese Baltasar Kormákur, già autore del “Cani Sciolti” con Denzel Washington e Mark Wahlberg. Qui il cast a sua disposizione è altrettanto di alto livello, con Jason Clarke nei panni dell’alpinista Rob Hall. La fotografia è splendida, anche se aiuta la spettacolarità delle location scelte (Nepal e Trenitino Alto Adige).
Il film rispecchia pienamente l’evoluzione del suo protagonista nella storia: partenza soft con una costante crescita di ritmo che coinvolge e porta a vivere la scalata in modo realistico, anche grazie all’utilizzo del 3D per chi ama la nuova tecnologia. La parte conclusiva è un climax di tensione che cambia bruscamente l’intreccio narrativo: non è più la speranza e la voglia di superare i propri limiti, ma la paura a catalizzare il tutto. L’agognata ricerca della bombola ad ossigeno mostra l’effettiva disperazione di uomini che si rendono conto della fragilità della propria vita quando sono sul punto di perderla: anche un highlander deve piegarsi al fato e non tutti riescono ad accoglierlo con serenità.
Gli altri protagonisti sono altrettanto nella parte, con una particolare menzione per Jake Gyllenhaal e Josh Brolin. Una nota stonata la parte di Keira Knightley, la cui partecipazione o meno al film sarebbe stata la stessa cosa. La sua è stata un’interpretazione soprattutto vocale, dato che doveva recitare molti dialoghi al telefono con il marito in lotta per la vita sulla cima dell’Everest e un’attrice dotata di una vocalità maggiormente espressiva avrebbe valorizzato di più l’opera.
I dialoghi sono davvero toccanti e il tutto è enfatizzato dalla veridicità della storia: è sconvolgente sentire un marito e futuro padre dire addio con tanto amore e compostezza alla propria donna.
Everest non è soltanto il racconto di una tragedia, ma di uno stile di vita che porta alcuni individui a rischiare ogni cosa per un qualcosa di inspiegabile. Doug Hansen è stato l’unico a rispondere alla domanda sul perché scalasse l’Everest e la risposta è stata estremamente significativa: “Per i bambini che mi hanno dato una bandiera da mettere in cima, scalo l’Everest per dimostrare che io posso”.
La montagna ha ispirato molti film nel corso degli anni, basti pensare all’omonimo “Everest” con Liam Neeson o al più datato “Assassinio sull’Eiger” di Clint Eastwood, e il fatto che vengano sempre riproposte nuove opere è la conferma di quanto l’argomento sia in grado di appassionare un pubblico variegato.
“Everest” di Baltasar Kormákur può emozionare e raccontare una bella storia con un grande cast.

La frase:
"Questi uomini hanno un competizione con la montagna, ma alla montagna aspetta sempre l’ultima parola".

a cura di Thomas Cardinali

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