Drei
Ci sono film che sembrano fatti apposta per stupire e indignare cattolici, bigotti e benpensanti. Questo è il caso di "Drei", film tedesco presentato in concorso alla 67° Mostra del cinema di Venezia.
Si potrebbe dire che l'intento di "sconvolgere" sia strutturale fin dalle prime battute. Una delle prime scene ha luogo durante una conferenza sulle cellule staminali e sulle cosiddette "chimere", cellule speciali che godono dell'apporto genetico di organismi di specie diverse. Un'altra scena vede una specie di danza fra due uomini e una donna, un ballo armonioso ed elegante, che non ha nulla a che vedere con la classica vicenda di corna tanto amata dal cinema nostrano.

In fondo lo stesso triangolo amoroso comporta l'ingresso in una coppia di un'identità diversa dai due elementi che la compongono.
Tale ingresso, nell'immaginario collettivo, ha effetti distruttivi e irreversibili. In "Drei" questo invece non accade, ed è proprio questo approccio rivoluzionario al classico triangolo che rende la pellicola di Tykwer inaccettabile e potenzialmente non distribuibile in Italia (salvo gradite sorprese).

Il regista autore di "The international" costruisce una storia dall'intelaiatura raffinata, sostenuta peraltro da tre attori molto solidi ed efficaci nei rispettivi ruoli. Il "terzo" vertice del tradizionale rapporto a due non è più un elemento disgregante, ma un nuovo punto di solidità per un rapporto ormai stanco. Tykwer crea un’atmosfera a volte raccolta, a volte giocosa, ma comunque molto seria e senza mai raggiungere l'estremo del racconto a tesi, in cui si vuole dimostrare un'ipotesi. Una maggiore asciuttezza avrebbe giovato alla struttura narrativa, ci sono una serie di sequenze molto rischiose che non convincono del tutto. Per esempio le scene oniriche, in cui spesso il significato è fin troppo letterale (secondo la teoria dei sogni classici, per esempio, la caduta dei denti può rappresentare la paura dell'impotenza). Del tutto insopportabile una scena in cui Simon parla con la presenza angelica della madre e i due ripetono una poesia di Hermann Hess. Due cadute di stile evitabili. Imperdibile la scena, silenziosa, in cui i tre finalmente si incontrano, ciascuno inconsapevole dell'altro.

La frase: "Tu sei dogmatico, io sono totalitaria".

Mauro Corso

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