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Disconnect



Che internet non fosse del tutto uno strumento sicuro e che, al di là di quello schermo pieno di informazioni, sotto falso nome, potrebbe celarsi chiunque, lo si era in un certo senso intuito già ai tempi delle “sporcaccione” conversazioni in chat tra Jude Law e un ignaro Clive Owen nel chiacchieratissimo "Closer" (2004) di Mike Nichols.
Un concetto che, se lì era soltanto marginale, nel lungometraggio d’esordio di Henry Alex Rubin – proveniente dai documentari – diventa proprio il perno centrale, man mano che prendono forma tre vicende destinate, in qualche modo, a intrecciarsi tra loro.
Vicende che partono da quella che vede la coppia di sposi in crisi formata dalla Paula Patton di "Mission: impossible-Protocollo fantasma" (2011) e l’Alexanders Skarsgård di "Battleship" (2012) impegnata nella ricerca del misterioso ladro d’identità che le ha rubato il denaro.
La stessa coppia che si rivolge all’ex poliziotto vedovo Frank Grillo, padre del Colin Ford de "La mia vita è uno zoo" (2011), il quale, a sua insaputa, sbeffeggia via chat il compagno di classe Jonah Bobo, figlio del Jason Bateman di "Due cuori e una provetta" (2010), senza immaginare le tragiche conseguenze.
Mentre l’ambiziosa reporter televisiva Andrea Riseborough rintraccia il Max Thieriot di "My soul to take - Il cacciatore di anime" (2010), teen-ager che si spoglia sotto l’obiettivo della webcam, per renderlo protagonista di un servizio; mettendo in pericolo, però, entrambi le loro vite.
Nel corso di circa un’ora e cinquanta di visione che, sostenuta dal ben assortito cast, si costruisce su lenti ritmi di narrazione al fine di far notare in che modo, oggi che la tecnologia ci permette di essere più vicini tra noi, ci troviamo, in realtà, più distanti che mai.
E lo fa sfruttando una efficace sceneggiatura che, a firma di Andrew Stern, sembra guardare in maniera evidente alle strutture ed alle dinamiche che caratterizzano i lavori del messicano Alejandro González Iñárritu, autore di "21 grammi-Il peso dell’anima" (2003) e "Babel" (2006).
Anche se, ricordando, inoltre, "Crash - Contatto fisico" (2004) di Paul Haggis, l’insieme, pur approdando a quello che non possiamo definire propriamente un lieto fine, non sembra trovare il coraggio di affondare in pessimismo fino all’epilogo; conferendo i connotati di un semplicemente riuscito prodotto a un’operazione che si sarebbe potuta trasformare, all’istante, in un piccolo capolavoro atto a denunciare la pericolosità della rete nei confronti dei rapporti umani.

La frase:
"Tutti hanno un prezzo".

a cura di Francesco Lomuscio

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