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Child of God









Che la figura del personaggio principale Lester Ballard si rifaccia a quella dell’omicida e necrofilo realmente esistito Ed Gein, fonte d’ispirazione, tra l’altro, per l’hitchcockiano Norman Bates e per il Leatherface del franchise "Non aprite quella porta", risulta ancora più chiaro dal momento in cui lo vediamo impegnato a travestirsi tramite abiti e trucchi femminili.
Però, nonostante la presenza di elementi quali la violenza e un rapporto sessuale consumato con un cadavere di donna, il lungometraggio diretto da James Franco partendo dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy non rientra nel genere caro a Dracula e Freddy Krueger.
Basato poco sui dialoghi e molto sulle immagini che, privilegiando l’ambientazione boschiva, non possono fare a meno di richiamare alla memoria l’atmosfera che fu al centro di crudi cult del passato quali "Un tranquillo week-end di paura" (1972) di John Boorman e "L’ultima casa a sinistra" (1972) di Wes Craven, altro non è che un racconto su celluloide atto a fare dell’ottimo interprete Scott Haze un concreto, umano esempio di emarginazione sociale.
Sfrattato rimasto dapprima senza i genitori, poi privato della casa, infatti, lo vediamo scendere sia letteralmente che simbolicamente al livello di un cavernicolo, man mano che la sua vita sprofonda sempre più nella degenerazione e nel crimine.
Perché, in fin dei conti, è proprio la sua performance-assolo a contribuire in maniera fondamentale alla riuscita di un altamente coinvolgente insieme che, disturbante al punto giusto, individua l’unica, piccola pecca nella scelta di tirare un po’ troppo per le lunghe la vicenda (siamo l’oltre ora e quaranta di visione, ma, di sicuro, novanta minuti sarebbero stati sufficienti).
Ma non ci si può davvero lamentare e, mentre qualcosa ci spinge a trovare vaghe similitudini con il dimenticato "Deranged" (1974) di Jeff Gillen e Alan Ormsby, altra pellicola derivata dalle macabre gesta di Gein, ci troviamo obbligatoriamente a intuire quanto interessante possa essere la eclettica personalità artistica del succitato protagonista di "127 ore" (2010) e "Il grande e potente Oz" (2013); il quale, come dimostrato anche per mezzo del precedente "Sal" (2011), anziché abbandonarsi a gustare le luci dello star system hollywoodiano alla maniera di molti narcisisti colleghi, quando passa dietro la macchina da presa sembra essere propenso a dedicarsi a tutt’altro che rassicuranti argomenti relegati, fino agli anni Settanta e Ottanta, quasi esclusivamente al cinema di serie b o, addirittura, z.

La frase:
"Questa è la terra di mio padre, questa terra non è vostra".

a cura di Francesco Lomuscio

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