Cemento armato
Romani, siete avvisati: il quartiere Garbatella è un luogo pericoloso.
Non lo sapevate? Non ci credete? Vostra nonna abita proprio lì? Fa nulla. Ci pensa “Cemento armato” a mostrarvi che in quella zona, di notte, c’è chi spara a tutto spiano e neanche un ligio cittadino ad affacciarsi. Praticamente, il Bronx. Ma non tutto il male viene per nuocere: l’esordio di Marco Martani alla regia tenta infatti di spezzare un’ingombrante lancia in favore del thriller all’amatriciana, del noir alla carbonara, del gangster movie de’ noantri. E riesce solo in parte.

Quella che qui si racconta è la storia borderline di Diego (Nicolas Vaporidis, poco sorprendentemente incostante), giovane bullo alle prese con un affare scomodo e più drammatico del previsto. Dopo l’ennesima bravata dettata dalla spacconeria che lo contraddistingue, il ragazzo finisce con l’inimicarsi un potente boss della mala, il Primario (Giorgio Faletti, purtroppo). Galeotto fu lo specchietto retrovisore di una Mercedes nuova fiammante: a causa di una catena di coincidenze che solo certo cinema ci impone di digerire, i destini dei due si intrecciano tragicamente e il sangue versato chiama altro sangue. Asia (Carolina Crescentini, ovviamente) completa dapprima il quadro glassandolo di toni rosa, poi cede ad un turning point forzosamente brutale e finalmente fa delle occhiaie inconfondibili una notevole risorsa. Ma sono i comprimari il vero e unico fiore all’occhiello dell’opera, spesso drammaticamente tradita negli intenti dai leading roles evidentemente fuori parte: quasi tutti i personaggi minori vantano infatti una caratterizzazione apprezzabile, grazie ad un cast senza alcun dubbio capace. Ninetto Davoli poi, qui sfasciacarrozze in bilico tra l’illecito e il paterno, illumina realmente con uno sguardo. Autentico problema è invece il teoricamente feroce protagonista negativo interpretato da Faletti: il comico prestato alla canzone, cantautore prestato alla letteratura nonché giallista prestato al cinema (attendiamo con ansia ulteriori prestiti, ma speriamo di non dover assistere ai relativi esiti su grande schermo) recita meccanicamente, senza alcuna espressività, frustrando le ambizioni di un lavoro che, come detto, altrove ripara alle pecche in fase di scrittura grazie alle indubbie capacità interpretative dei suoi artisti.

Guidano uno slalom tra stereotipi e cliché in sequenza il passo sostenuto e il tono pago che il film insegue fino all’ultimo fotogramma, spesso non all’altezza delle aspettative dello spettatore né delle promesse vagheggiate dalla factory che vi ha lavorato nell’ombra. Il team cullatosi tra i cinepanettoni e svezzatosi durante le “Notti prima degli esami” affranca così un genere preciso, tendenzialmente evitato sinora dal panorama cinematografico nazionale: è così che assistiamo a pose, vezzi e battute sottratte di forza ad un immaginario collettivo altro, innegabilmente molto yankee e poco capitolino, in cui i cattivi si esprimono solo con frasi ad effetto e i buoni latitano smarriti, la scala di valori è sbiadita e qualunquista (questo sì, carattere tipicamente nostrano), il futuro non esiste. De gustibus...

La frase: "Senti extracomunitario di merda, il tuo amico ha sparato a uno dei nostri. Quindi, o è tornato da fuori Roma, o ha un cazzo di fucile spaziale e una mira della Madonna".

Domitilla Pirro

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