Operazione Valchiria
Il venti luglio del 1944, dopo essere scampato all’ennesimo attentato, Adolf Hitler disse la famosa frase: “Vedo in questo una conferma del compito, affidatomi dalla provvidenza, di proseguire l'obiettivo di tutta la mia vita, esattamente come ho fatto fino ad oggi”. E’ una citazione celebre, un’affermazione che spesso si ricorda perché sottolinea più che mai l’arroganza, e soprattutto quell’idea di una grandezza predestinata per la Germania, su cui il fuhrer fondò i suoi progetti di conquista. Per lui continuava quel sogno da cui non poteva più tornare indietro (la guerra sembrava ormai invincibile per i tedeschi), per molti altri a persistere fu l’incubo di un una sorta di suicidio collettivo. Era stato proprio per porre fine a quella che ormai era diventata una gestione avventata e senza via di uscita, che era stato preparato l’attentato del venti luglio, quello che tuttora è ricordato come “la lunga notte della valchiria” e che vide il coinvolgimento di molte delle più alte cariche dell’esercito tedesco.

Con “Operazione Valchiria” gli amici, e già autori assieme di “I soliti sospetti”, Bryan Singer (regista) e Cristopher McQuarrie (sceneggiatore), coadiuvati da Nathan Alexander (sceneggiatore anche lui), ci raccontano quindi una storia ispirata a fatti veri, un’azione eroica che avrebbe potuto cambiare l’epilogo della seconda guerra mondiale. Grande sforzo produttivo, massima ricerca di realismo (nelle location, con tanto di coda polemica sui permessi di girare in una Germania dove essere membri di una setta come Scientology è quasi reato), per un film che non è certamente una pacchianata americana come molte acide anticipazioni di giornalisti e cinebloggers hanno predetto, ma che neanche emerge per particolari meriti. Il limite principale è nella struttura narrativa: come si può costruire un thriller che dovrebbe avere l’apice della suspanse nel finale, quando si sa già che, causa realismo, è stato tutto un buco nell’acqua? Non si capiscono poi se i ravvedimenti dei cospiratori, finalmente contro Hitler dopo anni di servilismo e scalata sociale, siano legati alla preoccupazione di una sconfitta sempre più ingente, o ad una presa di coscienza sui valori etici infranti dal nazismo. Manca lo scavo nel dramma individuale, l’enfasi viene messa sull’azione nonostante si tratti di un thriller da camera, i personaggi (salvo qualcuno di contorno), rimangono monocordi (Tom Cruise poi in questi ruoli da bravo eroe non è più credibile, tanto più se mono-occhio. Quando capirà che deve concentrarsi in ruoli più complessi, meglio se cattivi?), non decollano così come non decolla tutta la storia. Si segue, senza dubbio, e da un punto di vista divulgativo è anche interessante portare attenzione sull’episodio, ma non basta a farne qualcosa di più di un film sufficiente.

La frase: "Lunga vita all’amata Germania!".

Andrea D'Addio

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