Una sconfinata giovinezza
Scorrendo la lunga filmografia di Pupi Avati, tra una "Storia di ragazzi e di ragazze" (1989) e "Gli amici del Bar Margherita" (2009), non si può fare a meno d’intuire una certa, fondamentale importanza che i ricordi hanno per il prolifico cineasta bolognese classe 1938.
Quindi, c’era da immaginarsi che, prima o poi, dall’autore de "Il regalo di Natale" (1986) sarebbe arrivata la vicenda del giornalista sportivo Lino Settembre alias Fabrizio Bentivoglio, il quale, sposato da venticinque anni con la docente di Filologia Medievale Chicca, interpretata da Francesca Neri, comincia ad accusare problemi di memoria, fino a compromettere in modo sempre più evidente il quotidiano svolgersi delle sue attività professionali e familiari e ad allontanarsi dal presente.
Una vicenda che, inizialmente, non sembra altro che la versione ribaltata del riuscito "Away from her-Lontano da lei" (2006) di Sarah Polley, nel quale era Julie Christie ad essere affetta dal morbo di Alzheimer, mentre il marito Gordon Pinsent provvedeva ad accudirla.
Ma Avati, che costruisce i circa 98 minuti di visione alternando il presente e un passato che, come un po’ in tutti i suoi film, viene raccontato facendo ricorso ad una fotografia dai toni seppia, prende tutta un’altra strada, mostrandoci una sorprendente Neri costretta a trasformare il proprio amore coniugale in un amore materno nei confronti del sempre più infantile (mentalmente parlando) compagno.
Un Bentivoglio alle prese con una delle sue migliori interpretazioni, quest’ultimo, contornato da un cast decisamente in forma comprendente una riscoperta Serena Grandi, il compianto Vincenzo Crocitti, deceduto proprio a pochi giorni dall’uscita del film in sala, e gli immancabili Lino Capolicchio e Gianni Cavina, quasi ospiti fissi dei set avatiani.
E, se nel corso della prima parte, durante la quale si tende a sguazzare tra risate amare e una certa nostalgia (basterebbe citare la pista per giocare con i tappi di latta alla gara ciclistica), non si fatica ad avvertire una narrazione piuttosto fiacca, la bellissima seconda spinge non poco verso la commozione lo spettatore, talmente coinvolto nel sempre più accentuato dramma di Lino da provare quasi l’impressione di rivivere le forti sensazioni degli horror d’ambientazione rurale sfornati dal regista, qui responsabile di quello che possiamo tranquillamente definire "un bel film".

La frase:
- "Ma è quello della televisione?"
- "Mi sembra lui"
- "Sta messo proprio male"

Francesco Lomuscio

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