Tutto torna
"La Sardegna è fuori dal tempo e dalla storia" diceva il grande romanziere britannico David Herbert Lawrence. Un pensiero esplicitato quasi un secolo fa e che Enrico Pitzianti cerca di sfatare con il suo primo lungometraggio di finzione dopo una carriera da documentarista. La prima sceneggiatura di "Tutto torna" era stata infatti ambientata a NewYork: da lì a quella Cagliari in cui il film poi ha preso vita, il passo non sembra breve, ma neanche così utopistico come l’autore di "L’amante di Lady Chatterley" lo avrebbe immaginato, se solo glielo avessero detto cento anni or sono.
Tante stesure saranno passate da quel primo soggetto: il film di Pitzianti infatti, nonostante l’idea originale, è più che mai legato alla propria terra. Già il titolo è indicativo, quel "Tutto torna" che non specifica il soggetto perché Sardegna e Sardi sono sia punti d’arrivo che di partenza. Uomini che partono portandosi appresso le proprie radici e nuovi abitanti che arrivano andando a prendere il posto dei primi. Lo stesso Massimo, il protagonista, è un emigrante: dal nord dell’isola a Cagliari per trovare una realtà che è tanto inospitale con chi non gli appartiene quanto può esserlo la campagna sarda a chi non è di quei luoghi. Pitzianti non fa del suo film l’occasione per un depliant illustrativo sulla bellezza della propria Terra, non si preoccupa di farla apparire difficile, sia visivamente che concettualmente, nonostante la tentazione (come per tutti i film finanziati anche da Film commission) sicuramente ci fosse. La sua regia rifugge panorami e cartoline per soffermarsi su vita e volti urbani, su una diffidenza e malinconia condivisa che non sembra trovare soluzione se non nel sorriso dei nuovi immigrati.
Sorretto dalle belle musiche di Gavino Murgia, "Tutto torna" si tiene abbastanza bene in equilibrio tra commedia e storia di formazione, apparendo però un pò ridondante e non chiaro in alcuni passaggi narrativi. Troppe sono forse "le cose" che si vogliono dire attraverso situazioni limite: dal transessuale, allo scrittore fallito, dalla vecchietta netturbina allo zio troppo ingenuo imprenditore. Se l’idea era quella di un viaggio alla "Fuori orario" nella città, manca un adeguato registro linguistico a sostegno, se invece si è voluto optare per una rappresentazione verosimile della realtà, troppo si spinge sul pedale del grottesco. L’indagine del protagonista sull’anziana vicina si perde in un non specificato punto d’arrivo, così come una serie di varie simbologie appaiono di troppo vaga decodificazione. L’esito è un film che riesce comunque a veicolare alcuni suoi significati, ma che manca di quel salto di qualità che lo avrebbe reso sì, stavolta, una "commedia sociale" globale, (come è nelle intenzioni dichiarate dall’autore), da poter esser letta e goduta da tutti, ovunque.

La frase: "La bontà dell’ostrica non dipende dalla grandezza, ma dalla profondità della valva".

Andrea D'Addio

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