Tutta colpa di Giuda
Su poco più di duecento istituti penitenziari italiani, poco più della metà ha un laboratorio teatrale attivo. Si tratta di una realtà molto vivace e interessante che sempre più spesso travalica i muri grigi dei carceri per sconfinare nei teatri dei "liberi", con proposte sempre molto interessanti. La terapia del teatro è forse uno degli strumenti di rieducazione più avanzati presenti in Italia, teso a far acquistare al detenuto una nuova consapevolezza di sé e delle sue possibilità espressive.

La realtà carceraria è in realtà solo lo sfondo per "Tutta colpa di Giuda", ma è frutto dell’esperienza che Davide Ferrario ha maturato lungo quasi dieci anni di lavoro in carcere. In realtà Ferrario aveva tenuto dei corsi di formazione professionale sul montaggio video, che nel tempo si è trasformato in un laboratorio di audiovisivi e ha portato il regista a conoscere prima la realtà di San Vittore e poi il carcere Le Vallette di Torino. Dove Tutta colpa di Giuda è ambientato.

Ferrario, grazie anche alla sua esperienza come documentarista, applica una sorta di tecnica mista nella realizzazione di questo film. Vengono usati attori non professionisti, e cioè i detenuti e il personale del carcere di Torino, sezione VI, blocco A.
L’approccio in molto casi è apertamente documentaristico, grazie anche alla resa sporca del camcorder che dà l’idea di testimonianza, di vita vissuta. Però all’improvviso irrompe sulla scena di "Tutta colpa di Giuda" il genere meno realistico possibile, il musical, anche se le parti musicali sono quasi sempre introdotte secondo il sistema della musique concréte. La musica, cioè, attacca quasi sempre "naturalmente", prendendo spunto da elementi presenti sul luogo delle riprese. Il tema è in realtà la libertà e la passione è uno spunto per una discussione sulla figura di Cristo che potrà essere apprezzata in ambienti laici ma è prevedibile che provochi irritazione in ambienti religiosi ed eccesiastici.

Nell’asfittico panorama italiano "Tutta colpa di Giuda" è una ventata d’aria fresca, pur non essendo privo di difetti. Da una parte non riesce ad elevarsi alto rispetto alla dimensione puramente sperimentale e d’altro canto risulta troppo aperto nella struttura e la sua ambizione allo spunto di riflessione può essere interpretata come una forma di incompletezza. A favore del film di Ferrario si può notare un’autoironia molto presente (si noti la scena in cui il sacerdote esclama "molto pasoliniano!" di fronte a una regista molto costernata) e una bella interpretazione di Kasia Smutniak, molto più brava e capace di tante bionde sirene che popolano il nostro cinema.

La frase: "La galera è come una recita a teatro".

Mauro Corso

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