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Tusk

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Thomas Cardinali21 ottobre 2014
 

  • Foto dal film Tusk
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Film dai due volti per Kevin Smith, autore di una prima parte ricca di dialoghi e ironia per poi deviare in una seconda dai caratteri sempre comici e paradossali, ma con una componente splatter che prende il sopravvento.

Il regista in quest’opera, come nella precedente “Red State”, ha abbandonato il classico lato comedy per abbracciare l’horror e il dramma. Aspettatevi un inizio per intenderci degno di “Clerks”, con Wallace e Teddy, Justin Long e Haley Joel Osment, che dirigono un podcast sul web dove prendono in giro in modo dissacrante persino Hitler. Il primo è fidanzato con Ally, ma il loro rapporto è in crisi a causa dei comportamenti infantili di lui. La partenza per il Canada, per intervistare il ragazzo che si è tagliato una gamba, si trasforma in un incubo per Wallace. Una volta arrivato a Manitoba scopre che la giovane star del web si è suicidato e deve trovare una nuova storia da raccontare nel suo programma via internet.
L’occasione gli si presenta presto con un cartello in bagno che lo invita a visitare la residenza di Howard Howe per ascoltare le sue storie. Quello che sembra un vecchietto educato si rivela essere un serial killer psicopatico, che trasforma brutalmente le sue vittime in quello che era il suo migliore amico, Mr. Tusk. Lo scienziato pazzo amante della chirurgia creerà un “Frankenstein degli animali”, ma lo farà con un sorriso e una comicità che rendono il tutto ancora più inquietante. Sarà un messaggio di Wallace ad avvisare gli amici e a far partire le ricerche. Qui entra in gioco Johnny Depp truccato ad arte e difficilmente riconoscibile dagli spettatori più disattenti.

Il trasformista per eccellenza di Hollywood è semplicemente perfetto nei panni del detective Guy Lapointe. Battute, humor e frasi ai limiti della schizofrenia che variano dall’orsetto Winnie The Poo all’ennesima presa in giro della lobby americana sulle armi, passando per la citazione de “Il Grande Lebowski”.

Smith usa bene il materiale a sua disposizione, anche se la parte splatter potrebbe non accogliere i consensi di un gruppo ampio e magari non abituato alla sue novità in ambito di soggetti cinematografici. La natura viene quasi sbeffeggiata in un certo senso, ma è una metafora poiché il vero scopo è mostrare senza censure la brutalità dell’uomo e la propria bestialità. In questo senso è lampante il duello finale dove la natura dell’uomo viene meno per lasciare spazio al puro istinto di sopravvivenza.

In questo lungometraggio di Kevin Smith, che apre la strada a una nuova ideale trilogia per il regista americano, troviamo vecchio e nuovo che si fondono e convergono nella figura contrastante di Howard Howe, interpretato in modo splendido da Michael Parks che con i suoi oltre 100 film è tra gli attori storici della Hollywood old age.

L’opera è basata molto sulle capacità degli attori e poco sulla sua sceneggiatura, che, in effetti, è abbastanza lineare e priva di colpi di scena. L’unica sorpresa per gli spettatori sarà nel finale, dove i sentimenti torneranno prepotentemente in primo piano evidenziando quanto dura possa essere accettare ciò che la follia della mente umana può realizzare.


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