Tulpan
Siamo nella steppa del Kazakistan. Asa, un giovane entusiasta, ritorna dalla sorella e dal cognato dopo aver portato a termine il servizio militare in marina. La coppia nomade è dedita alla pastorizia: anche Asa, che fatica a reintegrarsi, potrebbe fare il pastore ma prima, così gli viene imposto, deve sposarsi e mettere su famiglia. La ragazza prescelta e mai conosciuta è Tulpan, figlia di un’altra coppia nomade. Solo che Tulpan proprio non ne vuole sapere di Asa, perché "ha le orecchie troppo grandi" e poi vorrebbe andare a studiare in città e cambiare vita. C’è un bel dirle che anche il principe Carlo d’Inghilterra ad orecchie non è messo meglio: Tulpan è irremovibile.
Asa non si dà per vinto, attratto dalla possibilità di un’esistenza differente da quella nella steppa, mentre si cimenta nella cura del bestiame e si confida con l’amico, che guida un trattore.
Sergey Dvortsevoy, regista kazako, è noto nei circuiti festivalieri per i suoi documentari. Tulpan è il suo esordio in un lungometraggio fiction. Ed è un esordio subito baciato dal successo: il film gli è valso il premio "Un Certain Regard" a Cannes.
E’ stata una sorpresa gradita la visione di Tulpan che, sceneggiato dallo stesso regista con Gennady Ostrovskiy, ci offre uno sguardo naturalistico, quasi da documentario, sull’esistenza faticosa, senza speranze di cambiamento, dei pastori della desertica steppa del Kazakistan, una zona in cui la più vicina città è a 500 chilometri di distanza.
In questa cornice realistica - i personaggi, tranne i protagonisti, sono veri pastori nomadi, e gli attori hanno vissuto con loro, nella stessa tenda, per un lungo periodo - innesta la vicenda personale di un povero marinaio sognatore, indeciso tra la vita tradizionale nella steppa e l’attrattiva costituita da una nuova esistenza nella città.
La realtà "fuori dal tempo" dei pastori nomadi è filmata con un occhio partecipe, che ne registra, senza retorica, la presunta innocenza e ingenuità, nella malinconia di un mondo destinato al declino e alla scomparsa, un piccolo universo fatto di valori tramandati, tradizioni, leggende e riti. Di contro, la lontana città è una meta di attrazione e timore, pensata e sognata dai protagonisti spesso con una visione molto distante dal vero, di modernità e civiltà illusorie, in cui la speranza di guadagnare cozza contro la disoccupazione senza via d’uscita.
Splendida fotografia di un nulla fatto di distese senza fine, polvere sollevata, mandrie, tende nella steppa desertica: Sergey Dvortsevoy ci fa sentire e respirare la sua patria, cura ogni immagine e ogni inquadratura, che paiono "solo" registrazioni della realtà, con un’attenzione per i particolari e i dettagli minuziosissima.

La frase: "Anche Carlo d’Inghilterra ha le mie stesse orecchie!".

Giulia Baldacci

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