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The Woman in Black











Una volta giunti ai titoli di coda di "Harry Potter e I doni della morte: Parte 2", ottavo e ultimo lungometraggio riguardante il maghetto creato da J.K. Rowling, sono stati in molti a chiedersi quale sarebbe stato il destino cinematografico del protagonista Daniel Radcliffe, la cui carriera è legata quasi esclusivamente alla fortunata fanta-saga.
Ecco l’immediata risposta: nelle mani dell’inglese James Watkins, autore nel 2008 di quell’Eden lake che vide Michael Fassbender e Kelly Reilly impegnati a fronteggiare un gruppetto di giovani teppisti durante un week-end sul lago, diventa l’avvocato londinese Arthur Kipps, il quale, costretto a lasciare suo figlio di tre anni per recarsi nel remoto villaggio di Crythin Gifford, dove deve sbrigare questioni legali per la proprietaria di Eal Marsh House, recentemente deceduta, scopre oscuri segreti proprio una volta arrivato nella sinistra e diroccata villa.
Oscuri segreti destinati a far aumentare il suo senso di disagio in seguito all’apparizione di una misteriosa donna vestita completamente di nero in questa ghost story per mano della ritrovata Hammer Film Productions che, ricordando sotto certi aspetti il dimenticato "Scarlatti - Il thriller" di Frank La Loggia (tra l’altro, dal simile titolo originale "Lady in white"), prende il via dall’omonimo romanzo a firma di Susan Hill, già trasformato in una serie radiofonica, un’opera teatrale e un film televisivo diretto nel 1989 da Herbert Wise.
Ghost story che, a differenza dei titoli che hanno provveduto a rilanciare la mitica casa di produzione inglese nel XXI secolo (citiamo solo "Blood story" e "The resident"), rispecchia proprio quelli interpretati a suo tempo da star del calibro di Peter Cushing e Christopher Lee, che ne rappresentarono il periodo d’oro.
Infatti, sebbene la sceneggiatrice Jane Goldman abbia dichiarato di essersi ispirata anche a horror giapponesi d’inizio terzo millennio alla "The ring" e "The grudge", è chiaro che l’intento di Watkins sia quello di proporre uno spettacolo di paura in vecchio stile che, grazie al fondamentale contributo della fotografia di Tim Maurice-Jones e delle scenografie di Kave Quinn, provvede a immergere lo spettatore in una lenta, tesa attesa tempestata di cigolii, apparizioni spettrali e inquietanti primi piani di bambole e pupazzi.
Pur senza eccellere, ma dimostrando che una curata, cupa atmosfera possa far bene al genere senza tirare in ballo splatter e body count, ormai facenti parte degli ingredienti cui le major ricorrono facilmente per garantirsi il successo sicuro di una pellicola.

La frase:
"Tu hai ucciso Victoria Hardy! Stai lontano da me! Vattene!".

a cura di Francesco Lomuscio

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