The Spirit
Dopo aver sognato, sperimentato e giocato con Sin City e 300, Frank Miller rompe finalmente gli indugi e abbandona matite e chine per prestare il proprio occhio alla macchina da presa. Nasce così "The Spirit", omaggio a uno dei maestri di Miller e maestro del fumetto tout court Will Eisner. In effetti Spirit, uscito per la prima volta nel 1940, è l'autentico capo stipite del supereroisimo moderno ed è portatore di elementi che sulla carta diventeranno ricorrenti fino ai giorni nostri. "The Spirit" in fondo è il primo supereroe profondamente legato a una città (Central City), con un rapporto privilegiato con la polizia locale e virtualmente indistruttibile grazie a capacità impressionanti di rigenerazione. La vicenda è abbastanza lineare e intorno alle origini del supereroe, tratto ormai caratteristico delle pellicole di genere.

La cosa più importante di "The Spirit", al di là della sceneggiatura (fase della creazione in cui Miller non è mai stato particolarmente forte) è l'aspetto visuale, immediatamente riconoscibile all'occhio dell'appassionato delle opere del Miller-disegnatore. Molto più che in "Sin City" e in "300", in "The Spirit" si realizza completamente la transizione fra tavola e schermo, e compare in tutta la sua cupezza la visione del mondo milleriana, fatta di luci accecanti e ombre taglienti in cui scintilla a tratti un dettaglio fortemente simbolico: una cravatta rossa, un luccicare di diamanti, il bianco degli occhi, eccetera. Questa poetica della luce quasi manichea (e cioè ispirata a una visione del bene e del male senza compromessi e "zone grigie"), si riflette anche nella concezione dei personaggi, creature monolitiche e squadrate guidate soltanto dalla propria visione del mondo e dal senso della propria missione. In realtà Spirit si discosta parecchio dal tipico personaggio milleriano, con il suo atteggiamento ironico e al limite del lezioso (Spirit è anche un donnaiolo impenitente). Questo cambio di registro è per la verità molto insolito per il maestro del chiaroscuro ed è anche il punto più debole del film.

Chi conosce Miller sa benissimo che non è l'autore delle mezze misure: ci troviamo sempre di fronte a personaggi estremi in situazioni estreme. L'ironia è un registro stilistico che si basa su meccanismi estremamente delicati che devono essere continuamente bilanciati con una sapienza da farmacista. Il minimo eccesso porta a stonature di tipo trash che conducono lentamente a un grottesco debordante ai limiti dell'irritazione. I dialoghi, pensati evidentemente per la tavola, riportati sul grande schermo diventano poi di una bruttezza rara, portata peraltro all'esasperazione con la ripetizione di frasi identiche da parte dei (pur bravi) attori.
Miller diventa molto più convincente quando abbandona il freno di questa (finta) ironia e si abbandona all'eccesso visuale privo di compromessi. Da questo punto di vista la scena bizzarra che unisce nazismo, odontoiatria e danza del ventre (!!!) è davvero da culto.
E' evidente che tutto il film troverà una propria nicchia di fedelissimi, ma resta tuttavia molto debole nella struttura e nei dialoghi. Quello che davvero rimane di nobile in questo Spirit è una visionarietà mozzafiato che lo rende comunque imperdibile... per la perfezione purtroppo Miller dovrà lavorare ancora parecchio.
Attendiamo con trepidazione e speranza.

La frase: "Portatemi una cravatta, e che sia rossa!".

Mauro Corso

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