The Road
Un sorriso luminoso, solare che ispira allegria, gioia, serenità.
Questa è l’immagine iniziale del film diretto da John Hillcoat, "The Road", presentato in concorso alla 66ª Mostra Internazionale del Cinema a Venezia.
Se poi il sorriso è quello di una delle donne più belle del pianeta, Charlize Teron, quello che ci si aspetta dalla pellicola sono solo sensazioni positive.
Ma niente di tutto questo c’è in "The Road". Desolazione, tristezza, disperazione, le uniche emozioni che scaturiscono da questa pellicola tratta dall’omonimo libro di Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2007.
In un posto senza nome, devastato da una indefinita catastrofe, non c’è cibo, gli animali sono tutti morti, le piante incenerite cadono una ad una, le città e i villaggi sono distrutti, deserti, abbandonati. Anche l’Umanità sembra ormai estinta: l’istinto di sopravvivenza ha trasformato in bestie le persone ancora vive, che senza nessuno scrupolo cacciano i propri simili per potersene cibare, e quelli che non vogliono arrivare a tanto decidono di togliersi la vita.
In quest’atmosfera post-apocalittica un uomo e suo figlio, (non ne sapremo mai il nome), vagano cercando di sopravvivere, diretti verso il sud, dove dovrebbero riuscire trovare la salvezza.
La desolazione che traspare dalle immagini del film "The Road" è inquietante, le emozioni umane sono spinte al limite, tanto da chiedersi fino a che punto ognuno di noi può arrivare se mosso dalla necessità. In una situazione in cui non c’è più niente per cui lottare, se non la propria vita, che però si riduce solo ad un involucro che vaga per la terra, quando il suicidio è l’unica speranza per mantenere quel po’ di dignità, quel po’ di Umanità rimasta dopo aver frugato tra le macerie, mangiato dai rifiuti e rubato ai morti... alla fine ci si chiede: ma ha un qualche senso vivere, andare avanti, se poi le prospettive non sono comunque differenti da quelle terribili cui si cerca di sfuggire.
"Ogni giorno è più grigio di quello precedente", così racconta la voce fuori campo, ed è quello che la fotografia di Javier Aguirresarobe ci racconta. I toni sono sempre più desaturati man mano che passa il tempo, quando sembra che ci sia sempre meno speranza, e tornano vivi solo nel momento dei ricordi, prima della catastrofe, quasi a ricordare che tutto ciò che colorava la vita è sparito, morto, quasi da dimenticare.
Ma in tutto questo un po’ di speranza c’è ancora, e la si legge negli occhi del padre quando guarda suo figlio, che ha voluto far nascere nonostante l’apocalisse, che ha protetto e guidato in un mondo di zombie, senza mai fargli abbandonare la speranza, l’umanità, l’integrità e l’amore.
Così come il fuoco, simbolo della forza interiore e dell’integrità, unico elemento vivo in una cornice di morte: più volte il padre dirà al figlio che dovrà sempre tenere il fuoco acceso…dentro di se.
Viggo Mortensen, che sembra ormai affezionato a sceneggiature complesse, veste i logori panni del padre, e nel farlo tira fuori tutta la durezza possibile dall’espressioni del suo viso, ma purtroppo a tratti ci ricorda ancora quel fiero Aragorn che gli diede la fama, se pur invecchiato e ridotto a stenti.
Il bambino, interpretato da Kodi Smit-McPhee, mostra tutta l’ingenuità di qualcuno che non conosce il mondo, ed è attraverso i suoi occhi che lo spettatore scopre che esiste sempre una scelta, anche nei momenti peggiori, ed è dettata da quell’ingenuità infantile che porta a credere che qualcosa di buono al mondo la si trova sempre.
Si rimane perplessi alla fine del film, travolti da una serie di immagini che portano la mente ad un futuro prevedibile, ci muoviamo percorrendo la strada insieme ai due personaggi, brancolando nel buio, spaventati, soprafatti, stanchi, ma con la certezza che in qualche modo arriveremo da qualche parte... ed è questo che salva il film.
A ben vedere, infatti, "la strada" non porterà mai a niente, le scelte stilistiche adottate conducono necessariamente a dei tempi scenici lunghissimi, e l’interazione è solo tra due personaggi e questo determina una sorta di monotonia di dialoghi. Ma tutto questo si sposa bene con il senso stesso della sceneggiatura, e il modo in cui tutto è stato confezionato, porta ad una formula decisamente vincente.

La frase:
- Il bambino: "Vorrei essere con la mamma"
- Il padre: "Vorresti essere morto?"
- Il bambino: "Si".

Monica Cabras

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