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The Butterfly Room - La stanza delle farfalle











Chi avrebbe mai pensato, nell’epoca cinematografica degli effetti digitali e dei belli e – quasi sempre – inespressivi, che avremmo avuto modo di rivedere sul grande schermo la britannica Barbara Steele, mitica regina del gotico su celluloide rimasta nel cuore dei seguaci del filone grazie a cult e classici del calibro de "La maschera del demonio" (1960) di Mario Bava e "Danza macabra" (1964) di Antonio Margheriti?
E, soprattutto, chi avrebbe mai pensato che avremmo avuto modo di rivederla sul grande schermo per merito di un cineasta nostrano, considerando le tutt’altro che confortanti condizioni in cui versa l’orrore cinematografico tricolore d’inizio terzo millennio, principalmente relegato al temerario panorama indipendente, se non addirittura amatoriale?
Co-produzione tra Italia e Stati Uniti, infatti, "The butterfly room - La stanza delle farfalle", che la pone nei panni della elegante e solitaria Ann, ossessionata dalla sua collezione di farfalle ed alle prese con il risveglio di un oscuro passato dal momento in cui stringe un’insolita amicizia con la piccola Alice alias Julia Putnam, altro non è che la trasposizione del romanzo "Alice dalle 4 alle 5", scritto dallo stesso regista Jonathan Zarantonello partendo dall’omonimo cortometraggio a suo tempo distribuito insieme al proprio esordio "Medley - Brandelli di scuola" (2000).
Una moderna favola nera che, partendo dal trauma che la donna subisce nel confronto con le altre figure femminili frequentate dalla bambina, tende a favorire una spirale di follia volta a generare diversi cadaveri; man mano che gli ottantasette minuti di visione includono anche Julie, ovvero Ellery Sprayberry, curiosa figlia di nove anni della sua vicina di casa.
Una moderna favola nera destinata a costruirsi lentamente su una tutt’altro che classica struttura narrativa, mentre, al di là del Ray Wise di "Robocop" (1987) e della Heather Langenkamp di "Nightmare - Dal profondo della notte" (1984), non pochi sono i nomi noti del genere coinvolti in brevi apparizioni; dalla Adrienne King di "Venerdì 13" (1980) alla P.J. Soles di "Halloween - La notte delle streghe" (1978), passando per il James Karen de "Il ritorno dei morti viventi" (1985), la Camille Keaton di "Non violentate Jennifer" (1978) e Joe Dante, regista di "Gremlins" (1984).
Perché, in fin dei conti, complici sia la fotografia di Luigi Verga che la colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi, quello che, nonostante la tesa parte finale forse eccessivamente breve, possiamo definire in maniera tranquilla il lavoro più riuscito del giovane film-maker vicentino, non manifesta altro che il sapore di un film di paura a stelle e strisce degli anni Ottanta caratterizzato, però, da un aspetto visivo molto vicino a quello di diverse produzioni analoghe appartenenti al decennio precedente.
E ciò, tenendo presente il non esaltante panorama orrorifico italiano odierno, può essere considerato soltanto un grande (anzi, grandissimo) pregio.

La frase:
"Signora, io so che cosa ha fatto e so cosa ha intenzione di fare".

a cura di Francesco Lomuscio

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