Il buio nell'anima
Una costante del cinema di Neil Jordan è l’esplorazione di aspetti più sottili e meno evidenti di noi esseri umani, lati fisici o mentali che vengono celati e sacrificati in nome della normalità convenzionale.
Transessuali, travestiti, vampiri: questi sono i personaggi tipici di Jordan, individui che non comprendono più la differenza fra facciata e segreto, tra quello che celano e quello che mostrano.

La protagonista del Buio nell’anima è autrice di un programma radiofonico di approfondimento sulla vita vissuta a New York che un giorno rimane vittima di un crimine violento. Da quel momento si trasforma e da comune cittadino diventa un “vigilante” un personaggio caratteristico della cultura pop statunitense, il civile che prende la giustizia nelle proprie mani di fronte a una società corrotta e disadattata. Il paragone con il giustiziere della notte con Charles Bronson sarebbe facile e tuttavia fuorviante. Quello che Jordan vuole realizzare non è un film d’azione a sfondo sociale, ma qualcosa di ben diverso. Vero è che il regista non rinuncia ai meccanismi di base di questo genere, come l’escalation e il confronto con l’autorità, la novità consiste nel considerare questi snodi come degli strumenti per l’analisi di qualcosa di più profondo. Per una volta il titolo italiano è esplicativo (in inglese era The brave one, la “coraggiosa”): il buio che si genera nell’anima di un sopravvissuto non è soltanto un’oscurità senza fondo, quanto piuttosto una notte profonda che estende i suoi filamenti contagiando tutti coloro che tocca, siano essi un pubblico radiofonico o un’onesto ispettore di polizia.

Il regista è un’entità onnisciente che non lascia nulla al caso e che manipola in maniera continua ed invasiva le vite dei personaggi di cui vuole narrare la storia. Forse è in parte questo il punto debole del film, il gioco di coincidenze troppo studiate a tavolino può suscitare perplessità anche nello spettatore meno smaliziato. Il fruitore medio di film d’azione poi si irriterà di fronte alle minute inconsistenze che si possono rinvenire nei vari escamotage narrativi (perché un ispettore dovrebbe trovare un filo rosso tra due omicidi solo sulla base del calibro 9mm, che è poi il più comune?).

Quello che resta, tolto questo scoglio, è un film diretto in maniera magistrale e con un cast in stato di grazia. Si tratta di un prodotto complesso, che può generare anche reazioni di repulsione ma che senz’altro non può lasciare indifferenti.

La frase: "Quasi tutti mentono, tranne i morti".

Mauro Corso

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