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Terraferma











Terraferma è l’approdo a cui mira chi naviga, ma è anche un’isola saldamente ancorata a tradizioni ferme nel tempo.
E’ con l’immobilità di questo tempo che deve confrontarsi la famiglia Pucillo, protagonista del quarto lungometraggio diretto dal romano classe 1965 Emanuele Crialese, regista di "Once we were strangers" (1997), "Respiro" (2002) e "Nuovomondo" (2006).
Famiglia costituita dal settantenne Ernesto interpretato da Mimmo Cuticchio, che non vorrebbe rottamare il suo peschereccio, dal nipote di vent’anni Filippo alias Filippo Pucillo, il quale ha perso il padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno e quello dello zio Nino con il volto di Beppe Fiorello, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti, e dalla madre del ragazzo Giulietta.
Con le fattezze di Donatella Finocchiaro, quest’ultima sente che il tempo immutabile dell’isola siciliana in cui vivono li ha resi tutti stranieri e che nel posto non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per Filippo, tanto che per vivere occorrerebbe trovare il coraggio di andare.
Quindi, con l’entrata in scena di immigrati spinti dalle acque nelle loro vite, i Pucillo si trovano da un lato ad accoglierli, secondo l’antica legge del mare, ma dall’altro ad avere a che fare con la nuova legge dell’uomo, destinata a sconvolgerli facendogli scegliere una nuova rotta.
Però, quello che sulla carta si presenta quale racconto per immagini che dovrebbe colpire il cuore dello spettatore tirando in ballo il tema dell’immigrazione clandestina per parlare degli italiani e del desiderio di fuga che finisce per accomunarli a chi viene da fuori, rischia in non poche occasioni di apparire piatto e noioso.
Infatti, immersi in immagini da depliant turistico, i circa 88 minuti di visione, comunque sostenuti a dovere dal cast, non sembrano in alcun modo riuscire a generare tensione nonostante l’argomento trattato, oltretutto penalizzati da uno script – a firma dello stesso Crialese insieme a Vittorio Moroni – incapace di riservare sorprese.
Con la risultante di un’operazione sì guardabile, ma che dovrebbe spingere a riflettere sulle effettive, forse esageratamente lodate doti dell’autore; tanto più che l’impressione è quella di trovarsi dinanzi ad un prodotto appositamente confezionato per occupare la prima serata televisiva.
Come quasi tutti i film italiani d’inizio XXI secolo, del resto.

La frase:
"Qua clandestini non ne sbarcano più, signori qua ci sono solo pesci e fondali meravigliosi".

a cura di Francesco Lomuscio

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