Tehran
Il Festival di Venezia, come da tradizione, è il palcoscenico internazionale per registi di tutto il mondo, capaci di commuovere e far pensare, è uno sguardo sul mondo contemporaneo, sulla sua bellezza e bruttura, sui suoi vizi e le sue virtù, è una voce attenta alla società di oggi. Fra le tante pellicole proposte in questa 66 a edizione all’interno della "Settimana della critica" vi è l’ultima opera del regista iraniano di formazione francese, Nader Takmil Homayoun: "Tehroun". La pronuncia di questo film per un italiano è molto difficile a causa dell’assonanza con una parola dialettale del Nord Italia entrata, grazie alla televisione, nel vocabolario linguistico degli italiani, tuttavia il significato è ben lontano.
"Tehroun" non è altro che Tehran in dialetto, così come è pronunciata nello slang di chi vive nei quartieri popolari, da ladri, mercanti, trafficanti, prostitute, da coloro che hanno imparato l’arte di arrangiarsi per vivere. Il film si svolge nel cuore profondo della capitale iraniana popolata da milioni di abitanti, costituita sia da quartieri ricchi in stile occidentale sia da quelli poveri, polverosi, soffocati dal traffico e dai colori sgargianti dei negozi.
E’ qui, fra le sue innumerevoli vie che si svolge la storia di tre uomini, tre persone che cercano anche loro, come gli altri, di trovare il modo per sopravvivere, pronti a tutto pur di raggranellare dei soldi. Seguendo i protagonisti della storia si scoprono i giardini, le strade, i bordelli della città che diventa un personaggio essa stessa, vivente e pulsante, compagna fedele della disperazione dei suoi abitanti. Le riprese del film sono durate due settimane, la pellicola vede un’esposizione quasi neorealistica all’inizio che lentamente si perde nelle sfumature di una commedia drammatica, senza perdere però del tutto il carattere documentaristico anche se con venature tragiche. Il protagonista è Ibrahim, interpretato da Ali Ebdali, emigrato a Tehran da un paesino del sud dove ha lasciato la moglie Zahara (Sara Bahrami) in attesa del primogenito. Il suo intento è cercare lavoro e fortuna nella capitale, dove nonostante gli sforzi tutto sembra andare a rotoli, così finisce a vivere con due coinquilini sventurati come lui: Fatah (Farzin Mohades) e Madjid (Missagh Zareh). La telecamera segue la vita di Ibrahim che vive chiedendo l’elemosina per strada e ha deciso di affittare un neonato per migliorare il suo giro di affari commuovendo i passanti. Peccato però che un giorno il bimbo, a causa dell’ingenuità di Zareh, viene rapito. A questo punto che cosa si può fare se non cercare la gallina dalle uova d’oro (il bambino) e la rapitrice? I tre setacciano la capitale per le vie più sordide, mente la vita prosegue e Ibrahim si trova con Zahara fra i piedi, venuta in visita in capitale. Ibrahim è una vittima della povertà che lo ha reso un bugiardo e un truffatore, ma la vita è imprevedibile e anche lui, suo malgrado, viene truffato e raggirato. La situazione precipita perché nonostante la perdita della sua principale fonte di reddito Ibrahim è costretto a pagare il debito, la violenza, la sofferenza, il dramma della povertà si affacciano chiaramente nella pellicola. Non c’è modo di liberarsi dal giogo della povertà e per disperazione si è disposti a tutto, anche a sporcarsi le mani e diventare magari un ladro o un corriere della droga. Vi è un interessante intreccio che avvicina la pellicola ad un noir, che divide, ma al tempo stesso unisce i due diversi tipi di narrazione: quella realistica – documentarista e quella drammatica. E’ una mescolanza di generi cinematografici diversi, dalla commedia, alla tragedia alle serie di film sui gangster. E’ un Iran sconosciuta all’Occidente, è un mondo visto dal suo interno, ma con una visione più Occidentale grazie alla formazione francese del regista.

La frase: "Un prestito islamico viene concesso solo a chi può pagare".

Federica Di Bartolo

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