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Tales











Rakhshan Banietemad porta a Venezia un film che è la ripresa esplicita di temi, storie e personaggi dei suoi lavori precedenti: si tratta, infatti di un piccolo affresco socio-politico dell’Iran contemporaneo, un’opera corale costituita da diversi frammenti che si legano tra loro tramite un espediente tecnico visto da poco anche nel “Tocco del peccato” di Jia Zhang-Ke e, nel 2000, nel “Cerchio” di Jafar Panahi; ciò che ci viene mostrato è una minima parte, un momento specifico della vita del singolo personaggio che, ritrovandosi, al termine della sua vicenda, nel luogo dal quale partirà la storia successiva, affida letteralmente ‘il testimone’ ad un altro personaggio. E in questo modo va dipanandosi gradualmente la narrazione. Ci troviamo di fronte ad un’opera concepita a partire da un forte bisogno espressivo: ciò che sta a cuore a Banietemad è la condizione della donna, lo spazio della libertà individuale, le possibilità di una comunicazione autentica nel suo Paese. Tutto e tutti sembrano ricercare un modo per sfuggire alla morsa soffocante del governo, chi provando a scalfire le mura dell’incomunicabilità, chi individuando nella dimensione collettiva il modo per rendere concreti bisogni e insoddisfazioni.
E’ interessante come, nel giro di pochi giorni, la Mostra del Cinema abbia già proposto due film che vedono nella costituzione di un gruppo, forse ingenua ma necessaria, arma per opporsi ad un governo e a un’ideologia: se in “One on One” di Kim Ki Duk la lotta della squadriglia di vendicatori, nella quale sono riposti desideri di rivoluzione, va a scontrarsi con l’impossibilità di una giustizia sociale all’interno di una società castrante e corrotta, in “Tales” le aggregazioni si presentano sì come l’espressione di un dolore a un tempo interiore e sociale, ma le vere possibilità di un cambiamento sembrano risiedere nella presa di coscienza individuale.
E’ tramite l’ascolto e lo sforzo nel comprendere, sembra dirci l’autrice, che è possibile ricostruire una società aperta o, quantomeno, inseguirne l’ombra. Ed è in questa capacità di osservazione e compartecipazione affettiva verso i suoi personaggi e le sue storie che è custodita la forza del film; la Banietemad riesce a costruire con una straordinaria economia linguistica dei ritratti efficaci e potenti e il suo sguardo sui personaggi risulta al contempo discreto e penetrante. Quest’operazione risulta particolarmente riuscita in due-tre storie, quelle che, in realtà, rappresentano il cuore pulsante del film e che avrebbero potuto reggere da sole un intero lungometraggio. Si tratta di segmenti in cui il dramma famigliare o relazionale si fa nucleo centrale e la Banietemad ci racconta un popolo tramite il volto e i drammi del singolo, evitando didascalismi e soluzioni troppo esplicite.
Dove “Tales” risulta più debole, invece, è nell’eccessivo incastonarsi delle sue storie, alcune delle quali risultano avere una funzione descrittiva e di legante più che un valido statuto narrativo; tasselli che ci mostrano vari aspetti della società ma che non apportano nulla alla forza comunicativa del film né a livello del pensiero né della costruzione drammatica, ma, al contrario, ne appesantiscono lo scheletro narrativo.
Pur capendo l’intento di voler realizzare un lavoro che assuma senso e pienezza nella sua struttura a puzzle, l’impressione è che il risultato sarebbe stato ancor più potente se si fosse ‘asciugata’ la composizione stessa, eliminando il didascalico e sviluppando tutto il film su quelle poche storie che costituiscono la sua anima vibrante.

La frase:
"Per 17 anni abbiamo respirato polvere. A cosa è servito?".

a cura di Stefano La Rosa

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