The Speed of Life
A guardare il precedente "The dream catcher" (1999), è chiaro che il regista Edward A. Radtke non sia nuovo a storie di abbandono, solitudine ed emarginazione.
Eccolo quindi alle prese con "The speed of life", incentrato sulla figura dell'adolescente Sammer (Jeremy Allen White), detto Sam, il quale, oltre a prendersi cura della nonna non vedente ed a pensare al modo di far uscire di prigione il fratello, sogna di fuggire da New York City grazie ai soldi ricavati con la rivendita di videocamere che, supportato dai suoi piccoli amici sbandati, ruba quotidianamente ai turisti; tenendosi però tutte le cassettine che trova al loro interno.
Non a caso, una delle frasi che Sammer pronuncia a lungometraggio appena avviato è: "A mio padre non è mai piaciuta la città, ma a tutti i turisti piace". La velocità della vita cui il titolo fa riferimento, infatti, è quella delle immagini immortalate nei nastri che il ragazzo monta per mezzo di diversi computer assemblati, anch'essi oggetto di furti consumati, e tramite le quali scopre che alcuni dei volti dei filmini di famiglia non sono reali quanto sembrano.
Ed è una nutrita ed efficace colonna sonora ad accompagnarci nella visione di quello che, al di là di una struttura narrativa tipica dei prodotti di finzione, sfiora non poche volte le fattezze di un'inchiesta documentaristica d'impegno sociale, infarcito come è di riprese eseguite a mano.
Del resto, siamo nell'epoca in cui, in parte per voglia di sperimentare soluzioni alternative di racconto visivo, in parte a causa della qualità del digitale, è divenuto piuttosto facile (s)cadere nell'effetto "Blair witch project", tanto più che i giovani e bravi protagonisti, tra cui gli esordienti Samantha Hosie-Leung e Justin Soto, osservano spesso il mondo che li circonda attraverso l'affascinante occhio elettronico della camera.
Fortunatamente, però, Radtke, anziché cercare di far passare il suo film come autentico ritrovamento di celluloide, sembra concentrarsi in maniera evidente sulla rappresentazione altamente realistica di storie di vita di strada.
E, con ogni probabilità, il risultato finale, in cui non mancano neppure assistenti sociali e vagabondi, non è del tutto riuscito, ma si presenta nelle vesti di un atipico ed interessante esperimento che, pur senza acuti, ci lascia intuire che dietro la macchina da presa si trovi qualcuno che conosce bene il proprio mestiere.

La frase: "Ti sei mai sentito come se la tua vita fosse tutta un film?"

Francesco Lomuscio

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