18 Settembre 2006 - Conferenza Stampa
"Babel"
Intervista al regista.
di Stefano Del Signore


In una piovosa mattinata di settembre abbiamo incontrato alla Casa del Cinema Alejandro González Iñárritu che, a dispetto della cupa drammaticità delle sue pellicole, appare come una persona decisamente solare. Affabile e rilassato, ci ha raccontato della genesi, le difficoltà e le molteplici sfumature della sua ultima ambiziosa fatica.

Ancora una volta lei riflette sul caso, sulle coincidenze che legano la vita di tutti noi. Come è nata l'idea del film e perché ha scelto quelle location?
Alejandro González Iñárritu: "Babel" è la terza parte di una mia trilogia: "Amoresperros" partiva da una prospettiva locale, per me familiare. "21 grammi" invece si svolgeva in un territorio straniero. Il trittico si doveva concludere naturalmente con una visione "globale". Nel mio primo film c'erano tre storie che si intersecavano, nel secondo una sola storia con tre punti di vista, in "Babel" ci sono quattro storie apparentemente scollegate tra loro: i personaggi di ognuna non si incontrano mai fisicamente con quelli dell'altra, eppure senza neanche saperlo un semplice gesto può avere ripercussioni inimmaginabili. In questo caso si vede come l'ignoranza, l'irresponsabilità e l'immaturità possano inconsapevolmente portare alla spirale dell'odio e della violenza. Per quanto riguarda la scelta delle ambientazioni, mi affascinava da tempo l'incontro con la cultura musulmana, e anche il Giappone.. un paese così contraddittorio, così misterioso.. L'ambientazione tra Messico e Stati Uniti deriva invece dalla mia esperienza di autoesilio…

Cosa intende esattamente per "autoesilio"?
Alejandro González Iñárritu: Io attualmente vivo negli Stati Uniti, non nel mio paese, il Messico: porto sempre con me l'esperienza di uno che è nato e cresciuto in uno Stato povero, anche se adesso la mia vita si svolge all'interno della prima potenza mondiale, dove lo cose si vedono e si pensano in maniera completamente diversa… Come artista questa è una cosa affascinante, ricca di spunti, ma per il resto lo vivo come un "divorzio" temporale, è solo una questione di lavoro…

Lei sembra dare un'immagine molto critica nei confronti dell'istituzione della polizia…
Alejandro González Iñárritu: Sì, è vero.. anche questo deriva un po' dal mio bagaglio personale.. Ogni sei mesi devo rinnovare il permesso di soggiorno negli Stati Uniti, e francamente non posso non notare che coi poliziotti è spesso molto difficile dialogare: sono un elemento di repressione, troppe volte si sentono investiti di ruolo che non concede spazio all'ascolto… Ma il mio non è un film sulla tolleranza.."tolleranza" è una parola che non mi piace, presuppone l'idea di repressione.."Babel" parla invece di compassione, l'ascolto, l'unica maniera per abbattere i confini e le barriere che ci sono fuori e soprattutto dentro ognuno di noi. Io stesso sono cambiato durante le riprese. Ad un certo punto sul set si parlavano sei lingue diverse, e per farsi capire potevano anche volerci ore, dato che uno stesso concetto poteva avere molte sfumature diverse per ogni lingua. Ecco, è proprio da questa difficoltà data dalla diversità linguistica che ho dovuto per forza di cose fa crescere di me la capacità di ascolto. Ora sento di aver imparato a rispettare di più il prossimo…

Babel, un titolo biblico. Quale messaggio vuole che si percepisca?
Alejandro González Iñárritu: Io nei miei film non trasmetto messaggi: credo solo che la vita sia un insieme di momenti felici e momenti tristi. Quello che voglio far notare è che la società di oggi impone che non ci siano le sfumature.. siamo troppo per il bianco e il nero, non esiste più il grigio.. Ad esempio dalla mia esperienza nelle riprese del film in Marocco ho riscontrato molta più apertura e disponibilità che in altri paesi, dunque il fatto che ci sia una fazione radicale e integralista all'interno di quella cultura non vuol dire che sia tutta così…

Il film è molto laico..
Alejandro González Iñárritu: Il film è molto "terreno". Affronta temi primitivi, indipendentemente da qualsiasi religione. E' sugli esseri umani, non sui cattolici o sui musulmani. La religione polarizza, crea differenze. Così come non è un film politico, è piuttosto sulla politica dell'intimo, sulle tante barriere che si creano all'interno dei rapporti più stretti, quelli familiari, moglie-marito, padri-figli. Sono partito per questo progetto da quello che ci divide, e poi mi sono reso conto mentre lo stavo realizzando che stavo girando un film su quello che ci unisce: la sofferenza. In "Anna Karenina" Tolstoi diceva che ciò che unisce le famiglie è la felicità: ecco, io la penso esattamente al contrario! La sofferenza per me è empatia, l'unico elemento che realmente ci avvicina.. Non a caso ci fa tanto male l'incapacità di amare le persone cui vogliamo più bene.

Una domanda per il direttore del doppiaggio italiano del film:quando la pellicola uscirà nelle sale come si risolverà il problema del doppiaggio?
Direttore doppiaggio: Iñárritu ci ha chiesto di non doppiare il film. All'inizio ci è parsa una cosa difficile da accettare, ma dopo aver visto la pellicola a Cannes abbiamo capito e condiviso la richiesta. Il doppiaggio si limiterà solo ad alcune scene, il resto sarà tutto sottotitolato, al fine di mantenere intatta la "magia" del film. E' la prima volta che un film di questo spessore artistico e commerciale esce nelle sale con una così forte componente di sottotitolatura. E' un esperimento rischioso se si considera che il pubblico italiano non è affatto abituato a questo, ma "Babel" è talmente bello che non ne risentirà affatto.

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