Route Irish
È definita la strada più pericolosa del mondo. È la Route Irish, quella che collega l’aeroporto di Baghdad alla Green Zone. Su questa strada, nel settembre del 2007, trova la morte Frankie, un contractor di Liverpool, ex paracadutista. Noi iniziamo il viaggio di Route Irish seguendo Fergus che si avvia, con Rachel, la giovane vedova, al funerale. Fergus è il migliore amico di Frankie: un’amicizia nata da bambini, consolidata nell’adolescenza, quando i due decidevano che nulla avrebbe potuto separare le loro esistenze e che avrebbero condiviso ogni cosa. Sognavano sulle rive del Mersey, a Liverpool, viaggi e avventure straordinarie: Frankie si era poi sposato, mentre Fergus, che portava Rachel nel cuore, si era arruolato nel SAS, le forze armate speciali britanniche e, una volta congedato, aveva convinto l’amico a diventare un contractor in Iraq: cioè un mercenario, pagato diecimila sterline al mese per proteggere dei privati, senza alcun limite di azione. Quando un contractor muore, non vi sono echi o notizie sui giornali: il funerale è veloce e privato, il rischio è parte del contratto. Fergus è ora oppresso dal dolore, misto al senso di colpa: un cellulare che gli arriva dall’Iraq gli mostra un video che getta molti dubbi sulla morte dell’amico. Fergus vuole andare a fondo, superando ogni limite. Neppure l’amore (ricambiato) per Rachel riuscirà a fermare la sete di sangue.
Ken Loach nel 2009 si prese una pausa, proponendo a Cannes quel gioiello dolceamaro che è Il mio amico Eric: al festival il regista inglese ritorna ‘last minute’, a film appena ultimato, e si ributta nella mischia, affrontando di petto un aspetto a molti ignoto, la presenza in Iraq (ma anche in altre guerre) dei contractor, coloro che per denaro proteggono i privati e alimentano la propria sete di violenza o l’abitudine a essa. Si parlava di circa 160mila soldati privati in Iraq, che fino al 2009 poterono avvalersi dell’immunità della legge irachena, grazie al decreto 17 del 2003, ora revocato. Questo ha significato un accumulo non quantificabile di uccisioni, violenze di ogni tipo, a uomini, donne e bambini, di torture e sciacallaggio: una realtà poco sottolineata, che Loach vuole denunciare con il suo tipico stile asciutto, animato da intenti civili, forte della sceneggiatura del fido Paul Laverty. Il film parte dal piccolo mondo che ruota attorno a due amici per parlare dell’universo che sta loro attorno, e procede lineare, afferrando lo spettatore per le spalle, per scuoterlo e chiedergli di prendere posizione. Per far questo Loach sembra piegarsi un poco verso una logica da spy thriller, con i suoi cliché. Il cellulare come deus ex machina ricorda molto certe trovate da prodotti mainstream, così molti atteggiamenti del protagonista, vendicatore fai da te alla Sylvester Stallone. Ma è vero che il messaggio deve arrivare a più persone possibili: la logica del profitto che sta dietro alla guerra, le speculazioni dei privati… perché dalla guerra non si esce, diventa una forma mentis, una malattia che ammorba ogni cosa. Il limite morale – che Frankie e Fergus credevano di possedere – è carta straccia, il sangue chiama altro sangue.

La frase: "Spero che capiate che la Route Irish è la strada più pericolosa del mondo. Mi dispiace davvero: era nel posto sbagliato al momento sbagliato".

Donata Ferrario

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