Nema problema
Un treno dei Balcani viene fermato subito dopo una galleria. Dei soldati fanno scendere i passeggeri. Vecchi, donne, bambini, una ragazza nascosta guarda tutto ma la dissolvenza al nero ce ne fa perdere le tracce. Lorenzi (Vincent Riotta), giornalista italiano, è sulle tracce del comandante Jako, a torto o ragione, ritenuto l'autore della sparizione del treno di profughi. Un interprete Aldo Puhar (Zan Marolt) si offre di accompagnarlo. Un altro giornalista, Maxime (Fabrizio Rongione) in cerca dei familiari di un amico viene percosso in un locale perché si rivolge alla sposa di un morto nella lingua degli assassini. Lorenzi interviene ed il giovane si unisce alla spedizione che si completa con l'arrivo di una ragazza Sanja (Labina Mitevska), trovata ad un passaggio al livello, pronta a difendersi dal pericolo che in una zona di guerra non si sa mai da chi e da dove provenga.
Meta finale del viaggio è Vaku, città assediata dove si dice si nasconda il comandante Jako. Prima però di giungere a destinazione, i quattro incappano in una serie di accadimenti nei quali la verità si confonde con l'artificio, la storia con la legenda, la narrazione con la brama di successo e tutte le conseguenze dell'amplificazione mediatica di piccole tragedie quotidiane.
I due giornalisti comunicano telefonicamente l'evolversi dell'inchiesta e della ricerca di Jako. Lorenzi dipinge il comandante come il Che Guevara dei Balcani; Maxime come un assassino che ha sterminato i profughi del treno, collegandosi in diretta con la tv belga e facendo parlare Sanja, come unica testimone. Le divergenze di opinioni sul conflitto si evidenzia sempre di più tra i due reporter. L'interprete e la testimone tentano di tirare acqua al proprio mulino cercando di apparire più credibili ed affidabili agli occhi dei due occidentali.
Finalmente giungono a Vaku sotto i colpi dei cecchini. La ragazza torna a casa sua, dove non trova i familiari. L'interprete vive lo stesso amaro ritorno. I due giornalisti realizzano di aver raccontato il falso e di esser stati raggirati da Sanja e Jako, che li hanno sfruttati per tornare a casa e per far trapelare all'estero la loro verità per servirsene in patria o, semplicemente, per dare a chi cerca ciò che vuole trovare.
Giancarlo Bocchi, al suo primo lungometraggio, ci regala uno spaccato di confusione, morte e mistificazione in salsa balcanica. Con un ritmo blando, fatto di vita quotidiana ed asciutti dialoghi in quattro lingue sottotitolate, misto ad accelerazioni belliche fatte di bosco, cecchini e prepotenze gratuite, volontariamente ci toglie ogni linea di confine tra bene e male, e ci fa piombare in un mare nero dove la verità non è quella che appare ma nemmeno quella nascosta. In una sorta di "Apocalypse now" europeo, i quattro protagonisti percorrono una strada impervia, perdendo spesso il senso stesso del viaggio, e ritrovandosi a contatto con una realtà difficilmente oggettivabile. Il colonnello Jako, anima nera o candida, improvvisamente balzato alla ribalta delle cronache mondiali, che i quattro tentano di raggiungere, per arrivare almeno ad una piccola verità sull'episodio del treno di profughi, in realtà è sempre con loro, e se ne serve per spostarsi, accrescere la sua fama, comunicare i suoi messaggi e fare il suo, in una guerra nella quale il tutti contro tutti crea molti dubbi su chi dirigere il fuoco.
Senza fronzoli, pochi effetti speciali, molta realtà e tanta manifesta impotenza nei confronti della guerra. È vicino, troppo vicino per non sentirlo un po' necessario.

Andrea Monti

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