Miracolo a Sant'Anna
Non ce ne vorrà Spike Lee, regista di autentici capolavori come la "25 ora", "Lei mi odia" e "Fa la cosa giusta", ma la sua nuova impresa cinematografica proprio non funziona. Tratto dall’omonimo best seller di James McBride, "Miracolo a Sant’Anna" racconta, romanzandoli, i fatti relativi alla strage avvenuta nel 1944 nella località toscana di Sant’Anna di Stazzema.

A causa di una errata infiltrazione in zona crucca, quattro soldati americani, unici sopravvissuti della 92ª divisione, si ritrovano rifugiati in un paesino della Toscana. Asserragliati tra le montagne, i quattro militari stringono amicizia prima con gli abitanti del posto, e poi con un gruppo di partigiani tra le cui fila si nasconde un traditore...

Confusione di idee. E’ questo il resoconto che si fa alla fine della proiezione di "Miracolo a Sant’Anna". Spike Lee propone la rilettura, già assai complessa nel romanzo, di un fatto di cui sembra conoscere ben poco.
Sarebbe stato bello poter gioire con i soldati americani della liberazione del nostro popolo. Purtroppo, non è questo il film.
Sarebbe stato avvincente seguire da vicino il rapporto di amicizia tra un gigante buono (interpretato ottimamente da Omar Benson Miller) e un bambino toscano (il piccolo e sensibile Matteo Sciabordi) scioccato dalla morte del fratellino. Purtroppo, non è questo il caso. E ancora ci avrebbe convinto seguire la storia d’amore tra un americano di colore e una giovane donna toscana, o il riscatto e la morte eroica di un nostro partigiano. Purtroppo, Spike Lee non ci racconta veramente nessuna di queste cose.
Il regista americano, infatti, pecca su più fronti commettendo degli errori francamente imperdonabili per uno del suo calibro.
Innanzitutto non approfondisce nessuno dei temi sopra elencati, limitandosi a "presentarli" con scene e sequenze interminabili (per un totale di due ore e venti di film) che troppo odorano di autocompiacimento. In secondo luogo non riesce, complice una sceneggiatura che soffre della paura di un confronto col romanzo, ad amalgamare nessuna situazione, distribuendo una serie lunghissima di luoghi comuni e cliché. Infine, e questo è il peccato più grave, Spike Lee infarcisce il tutto con una melensa e gratuita metafora antirazzista che poco c’entra con i temi trattati. Il paradosso cui si giunge è che la famosa scena della strage avvenuta da parte dei nazisti, e che darebbe il titolo alla pellicola, passa totalmente in secondo piano rispetto a tutto il resto. Perfino rispetto all’improbabile e gratuita scena di sesso tra un militare e la sensuale Valentina Cervi.
Che film è, dunque? E’, senza mezzi termini, il tentativo da parte di un regista di utilizzare un episodio che appartiene alla nostra (ripeto, nostra) storia per parlare del rapporto di amicizia tra soldati americani di colore (ci tiene tanto, Spike Lee, a sottolinearlo!) e la popolazione straniera che devono liberare.
Sbagliando il modo, Spike Lee non convince nessuno e anzi finisce per indispettire.

Infine, nell’ansia di dover proporre i propri attori, spesso con scene inadeguate al contesto e che trascendono i motivi della messa in scena, Lee relega a ruolo di contorno un grandissimo Pierfrancesco Favino che, non per essere di parte, risulta il miglior attore sullo schermo. Per la cronaca nel film compaiono anche John Turturro e Luigi Lo Cascio... inutile dire che Spike Lee sacrifica anche loro.

La frase: "...Non sono mai stato tanto vicino a un bianco...".

Diego Altobelli

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