Médée Miracle
Caratterizzata da un aspetto quasi spettrale, Isabelle Huppert (“I heart Huckabees”) è Iréne, che, abbandonata dal marito Jason, se ne va in giro per la città in cerca di sé stessa e della riflessione, intonando abitualmente alcune canzoni in uno squallido locale notturno.
Diretta dal Tonino De Bernardi di “Piccoli orrori” (1994) e “Serva e padrona” (2003), “Médée Miracle” é una rilettura attuale del mito greco dell’arcinota figura ellenica il cui nome significa astuzia: figlia di Eteo, re della Colchide, e che, maga dotata di poteri divini secondo la tradizione, finisce per innamorarsi di Giasone, a capo degli Argonauti in cerca del Vello d’oro.
E, con un cast che comprende anche Tommaso Ragno (“Anche libero va bene”) e Maria de Medeiros (“Pulp fiction”), lo spettacolo che scorre davanti ai nostri occhi si presenta con un aspetto che ben poco lo fa distaccare da una certa teatralità, testimoniata sia dal notevole spazio concesso alle performance degli attori, sia dai momenti in cui la protagonista si cimenta nel canto (con “Crazy love” che, puntualmente, torna quasi come una maledizione), conferendo al tutto fattezze che sfiorano il melodramma, con tanto di divisione in capitoli.
Man mano che i fotogrammi avanzano, però, si prova la netta impressione di trovarsi dinanzi ad una stessa situazione dilatata per l’intera durata dello spettacolo (circa 81 minuti), la quale non fa altro che generare ripetitività.
In conclusione, quindi, tra noia ed eccessiva lentezza narrativa, si salva soltanto la desolazione abilmente enfatizzata dalle strade deserte che fanno tanto cinema horror, illuminate dalla efficace fotografia di Tommaso Borgstrom (“Te lo leggo negli occhi”) , dispensatrice di una cupa e grigia atmosfera, mentre il look generale appare sempre più quello di un’ambiziosa operazione di cui si poteva tranquillamente fare a meno. Considerando anche la tutt’altro che chiara presenza di alcuni personaggi ed il fatto che alla fine la vicenda non riesca ad andare a parare da nessuna parte.

La frase: "Niente è come lo raccontano gli antichi".

Francesco Lomuscio

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