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Logan - The Wolverine

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio22 febbraio 2017Voto: 7.5
 

  • Foto dal film Logan - The Wolverine
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La natura lo ha reso un mostro.
Gli uomini lo hanno reso un’arma.
Dio lo ha lasciato qui per troppo tempo.

Con una polverosa ambientazione notturna e crani e corpi pronti ad essere perforati alla maniera di Freddy Krueger, l’apertura del terzo lungometraggio interamente incentrato sul supereroe Marvel dalle fattezze di Hugh Jackman lascia subito intuire che, rispetto alle due precedenti avventure ed alle altre sei pellicole riguardanti gli “X-Men”, qualcosa sia profondamente cambiato.

Infatti, le oltre due ore e dieci in questione si svolgono nel 2029, con i mutanti quasi totalmente scomparsi e Logan che, vulnerabile ed ammaccato, nonché costretto a portare sulle spalle il peso della propria immortalità, racimola qualche dollaro come autista a pagamento e, nascosto in una fonderia abbandonata ai margini di un campo petrolifero esaurito in Messico, si prende cura di un indebolito Charles Xavier, ancora una volta incarnato da Patrick Stewart.
Fonderia in cui non solo vengono presto raggiunti da Calibano, mutante interpretato da Stephen Merchant e che cerca rifugio nell’anonimato in un mondo convinto ormai che la loro specie sia esclusivamente storia, ma anche dove, tra una testa tagliata e un serrato inseguimento diurno destinato a coinvolgere una limousine, un treno in corsa ed altri veicoli a due e quattro ruote, si svolge una delle prime memorabili sequenze d’azione dell’operazione.
Sequenza che segna l’inizio della lunga fuga intrapresa dall’artigliato protagonista e dai suoi citati compagni d’esilio per trasportare la ragazzina straordinaria Laura alias Dafne Keen verso un posto chiamato Eden, rifugio per giovani mutanti, facendo sì che non finisca nelle mani dei temibili Reavers guidati dal criminale cibernetico Donald Pierce, ovvero Boyd Holbrook.
Il Pearce intenzionato a riportarla sotto la custodia del dottor Zander Rice dai connotati di Richard E. Grant, il quale, impegnato in esperimenti disumani a base di mutazioni genetiche finalizzate alla creazione di un super-soldato bambino, alimenta ulteriormente il forte retrogusto horror trasudante dall’insieme.

Perché, se il già menzionato Calibano non può fare a meno di richiamare alla memoria l’immagine di un pallido vampiro proto-Nosferatu, la rappresentazione grafica della violenza – con tanto di non indifferente dose di splatter – provvede a far discostare il tutto dal decisamente più rassicurante look da spettacolo indirizzato al pubblico under 14, che caratterizza la quasi totalità dei cinecomic d’inizio terzo millennio.
Del resto, il solo fatto che il nuovo Logan consideri tutte balle le imprese dei propri simili raccontate nei fumetti contribuisce non poco a trasferire la sua vicenda di sacrificio e redenzione in una dimensione maggiormente appartenente alla realtà che alla fantasia, nonostante gli elementi soprannaturali tirati in ballo.
Come pure il fatto che la sua figura appaia più umana e vulnerabile del solito; man mano che, senza rinunciare all’ironia, James Mangold – alla seconda regia x-meniana dopo “Wolverine – L’immortale” – costruisce attraverso efficaci lenti ritmi di narrazione quello che non si rivela altro che uno dei migliori tasselli del franchise.

Un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che privo di picchi altamente autoriali e che, nel ribadire come un uomo non possa cambiare la sua via tracciata, sembra uscito direttamente dai crudi, sporchi e cattivi anni Settanta di Sam Peckinpah, classificandosi in maniera evidente in qualità di futuristico western.
Non a caso, in mezzo a cloni, scontri corpo a corpo e una delle più intense performance jackmaniane di sempre, si concede anche un omaggio televisivo a “Il cavaliere della valle solitaria” di George Stevens.


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