La donna della mia vita
"C’è una cosa che devi sapere: niente nella vita è come credi".
Nei panni di Alba, sposata con il Sandro cui concede anima e corpo il grandissimo Giorgio Colangeli, Stefania Sandrelli comincia a parlarci dei suoi due figli, molto diversi tra loro.
Quindi, con le fattezze di Alessandro Gassman, facciamo prima conoscenza con l’incostante e donnaiolo Giorgio, poi con l’affidabile e sensibile Leonardo, il quale, interpretato da Luca Argentero, finisce per fidanzarsi con Sara alias Valentina Lodovini, senza immaginare che sia una delle ragazze con cui il fratello ha avuto una delle sue turbolente relazioni extraconiugali.
Introdotto dalle note di "Heart of glass" dei Blondie, è su questi personaggi che si basa il sesto lungometraggio del milanese classe 1967 Luca Lucini, regista del mocciano "Tre metri sopra il cielo" (2003) e del corale "Amore, bugie e calcetto" (2008), interessato questa volta a raccontare l’alterazione degli affetti, dei comportamenti e dell’apparente ordine all’interno di una comune famiglia italiana.

E, supportato da una nutrita colonna sonora comprendente, tra le altre, "Fuck you" di Lily Allen, è soprattutto sulla progressiva inversione d’identità dei due protagonisti che costruisce l’oltre ora e mezza di visione, giocata non poco sull’infinità di luoghi comuni che affollano i rapporti di coppia nello stivale più famoso del globo.
Infatti, mentre c’è il tempo anche per citare (piuttosto gratuitamente, bisogna ammetterlo) sia il Luchino Visconti di "Senso" (1954) che lo Stanley Kubrick di "Barry Lyndon" (1975) attraverso un’apparizione de "Il bacio" di Francesco Hayez, dipinto romantico che i due maestri della celluloide omaggiarono proprio nei due film, da un lato ci si chiede se è vero che gli uomini vogliono una cosa sola dal gentil sesso, dall’altro, invece, si afferma che più hai donne e più ne puoi avere.
Con Argentero –qui alla sua terza prova luciniana, dopo il mediocre "Solo un padre" (2008) e il gradevole "Oggi sposi" (2009) – che, affiancato da un cast di cui spicca inevitabilmente la notevole professionalità, si riconferma uno dei più interessanti giovani attori sfornati dal panorama cinematografico tricolore d’inizio terzo millennio, al servizio di un prodotto abbastanza veloce e che riesce anche a strappare qualche risata.
Un prodotto che, in ogni caso, provvede ancora una volta a farci definire Lucini un cineasta sicuramente capace di raccontare attraverso l’uso della camera, ma privo di quel particolare tocco che caratterizza le opere di colleghi più o meno coetanei e contemporanei a lui. Basterebbe pensare a Fausto Brizzi.

La frase: "Spesso per incontrare l’uomo giusto si passa attraverso quello sbagliato".

Francesco Lomuscio

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