King Kong
Circa tre decenni prima di Peter Jackson, ci aveva pensato il John Guillermin de "L’inferno di cristallo" (1974), sotto la produzione di Dino De Laurentiis, a riportare sugli schermi King Kong, il gigantesco gorilla venerato come una divinità dagli abitanti dell’Isola del Teschio che, nell’omonimo capolavoro firmato nel lontano 1933 dall’accoppiata Merian C. Cooper-Ernest B. Schoedsack, veniva trasportato a New York da una troupe cinematografica di cui faceva parte anche l’attrice Ann Darrow, con il volto della compianta Fay Wray, dando vita ad una delle più interessanti variazioni del mito de "La bella e la bestia".
Nel rifacimento di Guillermin, però, ad approdare sull’isola è una spedizione nel Pacifico in cerca di petrolio, sulla cui nave prima s’imbarca clandestinamente il paleontologo Jack, interpretato da Jeff Bridges, poi viene caricata Dwan, unica sopravvissuta al naufragio di uno yacht nei cui panni troviamo la sensuale Jessica Lange al suo esordio davanti alla macchina da presa, la quale, rapita dagli indigeni del posto, viene offerta a Kong e successivamente liberata dall’uomo.
Il resto, con l’enorme ominide impegnato a distruggere metropolitane e schiacciare cittadini per le strade della Grande Mela, dove è stato portato per l’esposizione al pubblico, è storia risaputa che ha permesso al nostro Carlo Rambaldi, Glen Robinson e Frank Van der Veer di ottenere un Premio Oscar speciale per gli effetti visivi.
Effetti visivi che rivisti nel terzo millennio, nell’epoca del digitale e delle tecnologie ultra-avanzate, non faticano ad apparire risibili agli occhi dello spettatore, soprattutto nei momenti in cui si ricorre a più che sorpassate tecniche basate sulla sovrapposizione delle immagini, ma che riescono comunque ancora a garantire la spettacolarità del prodotto, tanto godibile quanto privo dell’autoriale fascino che caratterizzò il capostipite.
In fin dei conti, si tratta pur sempre di un "giocattolone" di celluloide fine a se stesso e coerente con la filosofia (criticabile?) di casa De Laurentiis basata sull’equazione +facile intrattenimento=+incassi, la quale ha purtroppo poi generato il pessimo e tutt’altro che indispensabile sequel "King Kong 2", firmato dieci anni dopo dallo stesso Guillermin in coppia con un non accreditato Charles McCracken.

La frase: "Onore alla potenza di Kong!".

Francesco Lomuscio

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