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Il primo uomo











Albert Camus, giornalista e filosofo, trova la morte tra i rottami di un’automobile nel 1960; all’interno del mezzo fu rinvenuto il manoscritto de "Il primo uomo" che poi sarà pubblicato nel ’94 grazie all’attento lavoro che la figlia Catherine ha fatto su di esso. È proprio su questo testo autobiografico che Gianni Amelio costruisce il film omonimo, la cui vicenda avanza attraverso due linee temporali parallele: l’infanzia del protagonista (ovvero dello stesso Camus) nel dopoguerra e la sua maturità nel 1957 quando torna ad Algeri, città dove è nato e cresciuto, per un intervento all’università dove però non è ben accolto da tutti gli studenti.
Ad Amelio interessa sicuramente narrare la storia ponendo in secondo piano l’aspetto formale: la sua regia è tradizionale e decisamente statica, i movimenti di macchina sono funzionali all’azione, alcune scene sono risolte con inquadrature lunghe rigorosamente a camera fissa. Il commento musicale (composto, diretto e orchestrato da Franco Piersanti) è piuttosto canonico, seppur ben eseguito, così come la fotografia di Yves Cape.
Un discorso a parte va fatto per il doppiaggio della copia italiana cui hanno partecipato grandi attori come Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Giancarlo Giannini: malgrado le presenze importanti, la realizzazione è stata davvero pessima; oltre ad un problema di sincronia con il labiale, le voci non si adattano bene ai personaggi che animano. La voce di Favino paga lo scotto più alto perdendo tutto il suo calore e la sua profondità in un personaggio (interpretato da Jacques Gamblin) dai tratti freddi e spigolosi. I personaggi appaiono in generale tutti un po’ distaccati e non ben inseriti nel contesto in cui si muovono; si fa fatica a prendere la loro parte e a venirne coinvolti.
Il regista tratta con attenzione gli anni ’20 del Novecento, epoca dell’infanzia dell’alter ego di Camus, dal punto di vista dell’immagine; il piccolo protagonista (interpretato da un bravo Nino Jouglet) va al cinema con la nonna a vedere i grandi classici del muto francese e il maestro fa lezione usando diapositive della Grande Guerra che mostra ai bambini con un proiettore d’epoca. Insomma, un po’ di sequenze piaceranno molto agli amanti dell’antiquariato cinematografico, sempre di grande fascino.
"Il primo uomo" è un film ambientato sessant’anni fa ma racconta vicende che hanno una gran risonanza nella nostra Italia degli anni 2000. Lo stesso Amelio mette in chiaro il suo intento di realizzare un film che non tratti solo della guerra di Algeria, bensì che veicoli una storia universale di definizione dell’identità. Nella pellicola, è il caso dei francesi nati in Algeria che non hanno buoni rapporti con gli algerini "nativi", ma la questione si allarga ben presto all’Italia di oggi in cui convivono diverse etnie e il concetto di "italianità" va indubbiamente ridefinito.
Un buon principio dunque quello alla base di "Il primo uomo" che nel complesso però, proprio in virtù del pensiero di Camus e del suo desiderio di un paese multietnico e pacifico, risulta un pò troppo retorico e a volte buonista.

La frase:
"Colui che scrive non sarà mai all’altezza di colui che muore".

a cura di Fabiola Fortuna

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