Il caso dell'infedele Klara
Luca (Claudio Santamaria) è un musicista italiano che vive a Praga e che, follemente geloso nei confronti della fidanzata Klara (Laura Chiatti), studentessa di storia dell’arte in procinto di laurearsi, incarica di controllarla il detective Denis (Iain Glen), il quale, innamorato dell’assistente Nina (Kierston Wareing), vive con la moglie Ruth (Paulina Nemcova) un rapporto di coppia estremamente "aperto".
Tratto da un romanzo del cèko Michal Viewegh, su questi cinque personaggi si basa il lungometraggio con cui Roberto Faenza, a due anni da "I vicerè" (2007), torna dietro la macchina da presa per affrontare il tema della gelosia divorante, già presente in suoi precedenti lavori come "Prendimi l’anima" (2002) e "I giorni dell’abbandono" (2005).
Un prodotto tutt’altro che disprezzabile dal punto di vista tecnico, tanto da presentare un taglio generale decisamente internazionale, mentre, al fine di lanciare uno sguardo sulla situazione del rapporto uomo-donna nella società del terzo millennio, tira in ballo vecchi detti ("Tutti indossano scarpe e tutti mentono in amore") e tende ad evidenziare in che modo la vanità del maschio lo porti a preferire di non sapere nulla del tradimento da parte della femmina, piuttosto che rimanerne accecato.
Una società al cui interno le vittime, anziché i traditi potrebbero essere i traditori, costretti a farlo per comprarsi un attimo di felicità in un triste mondo tempestato di giovani donne che si accoppiano con uomini molto più vecchi di loro solo per interesse economico, di ragazzi che si concedono sessualmente a gay (o semplicemente depravati?) maturi in cambio di soldi e di coppie che si definiscono flessibili, ma che sono probabilmente quelle in cui nessuna delle due parti trova il coraggio di riconoscere un matrimonio ormai finito.
Purtroppo, però, a partire da un doppiaggio decisamente pessimo, quello che poteva risultare un guardabile mix di commedia e thriller spruzzato d’erotismo (chiacchieratissimo, del resto, il nudo integrale della Chiatti) non esiti a trasformarsi spesso e volentieri in un festival della risata involontaria, tra dialoghi ridicoli ("Si fanno più tradimenti a Venezia che in qualsiasi altro posto") e risvolti grotteschi (il protagonista ingessato alla Fantozzi dopo un incidente), senza dimenticare momenti degni di una soap opera.
E perfino il solitamente lodevole Santamaria non convince più di tanto, immerso in una sceneggiatura che sembra preparata appositamente per generare una rilettura hard, mentre qualcosa ci dice che la pellicola non faticherà a rientrare tra i titoli di punta della categoria che gli americani definiscono "So bad it’s good", costituita dai film talmente brutti da apparire divertenti.

La frase: "La fedeltà al giorno d’oggi è un’eccezione, non la regola".

Francesco Lomuscio

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