Elephant
Vincitore a Cannes della Palma d'Oro e del Premio per la Miglior Regia, il nuovo film di Gus Van Sant approda finalmente sugli schermi italiani.
Elephant, che deve il titolo ad un'antica parabola buddista, nasce dalla collaborazione di questo affermato autore (di pellicole spesso anche sperimentali) con due produttori del calibro di Bill Robinson, presidente della Blue Relief, e di Diane Keaton (attrice, regista, scrittrice e, ultimamente, anche produttrice di grande successo), e tratta di un tema tristemente attuale, quello della violenza tra i giovani e delle sparatorie nelle scuole.
Van Sant sceglie la prospettiva degli adolescenti (vittime o carnefici, comunque i protagonisti principali), avvalendosi del meccanismo della sovrapposizione della narrazione di una follia omicida temporanea ed apparentemente inspiegabile alle immagini, al limite del documentaristico, di una normale giornata di liceali. Elephant inizia così, con l'occhio della telecamere che spia con pazienza e discrezione alcuni degli studenti di un liceo di Portland (Oregon) che affrontano, ognuno a proprio modo, un giorno di scuola (apparentemente) qualunque.
Sebbene l'intenzione sia quella di delineare la fisionomia dei prototipi adolescenziali nordamericani, i personaggi ritratti ricadono pericolosamente in classici stereotipi (il diciassettenne maturato troppo in fretta costretto a far da padre al proprio genitore, l'occhialuta loser costantemente derisa ed attanagliata dalla solitudine, il campione in erba di football che fa coppia con la più carina della scuola, le tre sofisticate amiche al confine tra un edonismo esasperato ed una strisciante patologia, ed altri ancora). Le figure di Eric ed Alex risultano, al contrario, complesse ed atipiche: i due, dimessi ed anonimi nel relazionarsi con i compagni di liceo, coltivano in segreto passioni poco ortodosse quali la musica classica, i documentari storici e le armi da fuoco...
Come gran parte del cinema di Van Sant, anche Elephant non può esattamente definirsi un film "tradizionale", ma sembra essere piuttosto improntato all'essenzialità e ad un marcato realismo. Girato in 35 mm, si caratterizza per una fotografia basata prevalentemente sull'illuminazione naturale ed una colonna sonora praticamente inesistente, sorretta esclusivamente da rare sinfonie di Beethoven e dalla cosiddetta musique concrète, ovvero quelle sonorità che sorgono spontaneamente dal contesto narrativo. Altra peculiarità è rappresentata dal cast (composto da adolescenti alla prima esperienza recitativa e da tre adulti, unici attori professionisti) cui è stato concesso ampio margine di improvvisazione.
Nonostante le buone intuizioni, la tecnica ricercata ed originale e la tematica di stringente attualità l'operazione non può dirsi del tutto riuscita ed il risultato finale non convince: la visione del film è, infatti, costantemente accompagnata da una sensazione di lentezza, se non a tratti di noia, dovuta soprattutto agli interminabili piani-sequenza e agli insostenibili silenzi.

Laura Spina

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