Duplicity
E’ davvero interessante l’idea che in un mondo globalizzato vi siano multinazionali così grandi e complesse da avere autentici servizi di spionaggio e di controspionaggio, dotati di veri e propri agenti segreti che si danno battaglia per carpire l’ultimo ritrovato del dipartimento di ricerca e sviluppo dell’industria avversaria. In realtà la provenienza dei due protagonisti, uno dall’MI6 britannico e l’altra dalla CIA, sembrano quasi ironizzare sul fatto che dopo la caduta del muro i veri segreti sui quali combattere tenzoni di intelligence e counter-intelligence sono quei prodotti che possono ritagliare nuove fette di mercato in un panorama economico mondiale di stagnazione complessiva.

Dopo Closer, Clive Owen e Julia Roberts tornano nuovamente insieme come amanti clandestini in una storia di spionaggio corporativo che nelle intenzioni degli autori dovrebbe essere piena di mistero, sottile ironia e maldestro romanticismo. In altre parole Tony Gilroy vorrebbe firmare un lavoro in grado di far concorrenza alle classiche commedie dei Cohen, complice un cast di prim’ordine.
Purtroppo alla sceneggiatura dello stesso Gilroy manca quel carisma e quell’arguzia necessari a reggere un confronto francamente così arduo. Il rapporto fra la due spie, chiaro sin dalle prime battute, viene spiegato e rispiegato più volte con una serie di flashback lunghi e ripetitivi che nulla aggiungono ai personaggi o alla suspence della trama. Un dialogo in particolare viene ripetuto più e più volte, come se questo nell’ambizione di Gilroy potesse acquistare un nuovo significato a ogni inutile iterazione. L’unico risultato è quello di mettere a dura prova la pazienza dello spettatore. Va detto che Clive Owen riempie lo schermo sempre e comunque in maniera più che convincente e riuscirebbe a raggiungere proporzioni epiche anche declamando le istruzioni di montaggio di una cucina componibile, però è chiaramente avvertibile in questo caso il momento in cui è l’attore con le sue capacità e il suo carisma a giungere in aiuto di un testo e di una messa in scena francamente deboli. Anche un comprimario come Paul Giamatti riesce a ritagliarsi un ruolo molto riuscito nella sua solita parte del caratterista sfigato e ambizioso. Tutto questo però non basta.

Con le oltre due ore di durata Duplicity non riesce a intrigare né a sedurre e molto raramente (forse nella sola scena della rissa tra i due magnati avversari) riesce a divertire. Il finale, nelle intenzioni degli autori "a sorpresa", risulta sospeso e debole, tanto che a più di qualcuno verrà in mente di chiedersi "E’ davvero tutto qui?".

La frase: "la mia memoria è molto forte, specie con le persone con cui sono andato a letto!".

Mauro Corso

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