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Colpi di fulmine











Al timone di regia abbiamo sempre il fiorentino Neri Parenti, che non manca un appuntamento dicembrino targato Filmauro dai tempi di "Body guards - Guardie del corpo" (2000), però, il tentativo di allontanarsi da quello che, con il trascorrere degli anni, è stato simpaticamente e affettuosamente definito "cinepanettone" è intuibile non solo dalla scelta di eliminare del tutto il Natale, sia dal titolo che nell’ambientazione, ma anche dal cambio di struttura del lungometraggio.
Stavolta, infatti, con il Volfango De Biasi autore di "Come tu mi vuoi" (2007) ad affiancare in fase di sceneggiatura lo stesso regista e gli immancabili Alessandro Bencivenni e Domenico Saverni, non abbiamo più un’unica vicenda basata sull’intreccio di diverse storie, ma due distinti episodi; un po’ come accaduto, rimanendo in casa De Laurentiis, con il recente "Italians" (2009) di Giovanni Veronesi e, nei primi anni Ottanta, in diverse occasioni, da "Testa o croce" (1982) di Nanni Loy a "Qua la mano" (2010) di Pasquale Festa Campanile.
Del resto, proprio come in quest’ultimo avevamo Adriano Celentano nei panni di un sacerdote, qui il mattatore della risata sotto l’albero Christian De Sica si trova a dover indossare l’abito talare, in quanto, psichiatra finito per errore nel mirino del fisco, si finge il nuovo parroco di un piccolo paese del trentino.
Nel corso di un segmento che, non poco debitore nei confronti del plot de "Il missionario" (2009) di Roger Delattre, gli consente, come di consueto, di sfoggiare il suo esplosivo mix di mimica e battuta da attore consumato della commedia nostrana; mentre perde la testa per Luisa Ranieri, che lo crede veramente un prete, e, tra gli altri, a contornarlo sono un sagrestano muto incarnato da Simone Barbato, mimo della trasmissione tv "Zelig", e Arisa, la quale si cimenta, addirittura, in momenti cantati in chiesa.
Anche se la vera e propria esplosione di divertimento arriva con il secondo "colpo di fulmine" della pellicola: quello che investe l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede interpretato da Greg, innamoratosi a prima vista della "pesciarola" Anna Foglietta, tanto da decidere di farsi trasformare in un vero e proprio coatto romano dal suo autista, ovvero Lillo.
Un’idea che, già sfruttata, a suo modo, all’interno di diversi spettacoli teatrali e televisivi del duo comico, dimostra di funzionare a dovere anche sul grande schermo, infarcita in maniera opportuna con gag come quella dello scippo o l’incontro con G-Max dinanzi al distributore automatico di preservativi.
Tanto che, complice, inoltre, la prova alla Monica Vitti sfoderata dalla brava protagonista di "Mai Stati Uniti" (2012), lo spettatore non può fare a meno di ridere ininterrottamente fino alla conclusione della tutt’altro che noiosa ora e quarantaquattro circa di visione... di sicuro capace di lasciarlo con la speranza di rivedere presto i due leader della band demenziale Latte e i Suoi Derivati al servizio di un cinepanettone (o come altro verrà chiamato d’ora in poi), in assenza o in presenza di De Sica.

La frase:
"Quella donna è un angelo, da quando l’ho vista non riesco a pensare che a lei".

a cura di Francesco Lomuscio

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