Niente da nascondere
La totale assenza di musica è uno dei caratteri distintivi di questo film. Quasi a sottolineare l'importanza delle immagini, ciò che la macchina da presa riprende, che appare essere l'unica verità, incontestabile ed incontrovertibile, in questo film in cui non è importante chi stia dietro la cinepresa, sia egli un ombra assetata di vendetta venuta dal passato, sia egli un maniaco affetto da gravi patologie voyeuristiche.

Perché, in effetti, sembra davvero non avere niente da nascondere George (Daniel Auteuil) se non una bugia detta da bambino più che giustificabile per un seienne terrorizzato dal timore di dover condividere l'affetto dei genitori con uno sconosciuto bambino algerino i cui genitori perirono nei moti anti francesi degli anni '50. Eppure, quel ricordo soffocato dall'avvento della maturità e da una completa e piena affermazione delle proprie aspirazioni professionali, riaffiora quando le immagini, furtivamente sottopostegli, lo trascinano nel profondo della propria coscienza.

Più che un film, l'ultima opera dell'austriaco Michael Haneke (l'ottimo "La Pianista" e il deludente "Il Tempo dei lupi" alle spalle) sembra una lunga ed estenuante seduta psicoanalitica di gruppo. I pazienti sono George, la moglie Anne (Juliette Binoche) ed il figlio Pierrot. Le lunghe sequenze silenziose - interrotte solo dai rumori di fondo - di palazzi e vie parigine equivalgono alle stasi - anch'esse silenziose tra paziente e terapeuta. Le incomprensibili omissioni di George, la disperazione della moglie, le reazioni stizzite del figlio, potrebbero tranquillamente essere appuntate nel rigoroso taccuino del medico.

Un lento incubo, quello raccontato da Haneke, che miscela riprese e webcam con un ingannevole e accurato montaggio tale da confondere la realtà filmata dal regista da quella proposta dal personaggio, il vero protagonista del film, che non vediamo e del quale intuiamo solo, con difficoltà, le recondite intenzioni.

Una Binoche, più mamma e moglie apprensiva che donna in carriera, un Auteuil (che da qualche tempo sembra abbonato ai ruoli di alienato) affrontano la vicenda che sconvolge la tranquilla vita familiare ognuno con le proprie armi e ciascuno con le proprie personali difese. A soccombere, a quello che sembra essere il fondo del tunnel che la prima videocassetta recapitata aveva spalancato sotto i loro piedi, è la fiducia reciproca, che si mostra fragile ed esile come quel filo, che dovrebbe condurci all'autore - il colpevole - ma che l'ultima lunghissima sequenza, sulla quale scorrono i titoli di coda, spazza via nell'indistinto vociare dei passanti.

La frase: "Volevo vedere la faccia di chi ha rovinato mio padre per tutta la vita".

Daniele Sesti

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