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Automata











Nonostante “Automata” di Gabe Ibáñez debba molto a famose pellicole di fantascienza che lo hanno preceduto, una su tutte un cult del calibro di “Blade runner”, il film con Antonio Banderas e, l’ormai ex consorte, Melanie Griffith, non potrebbe essere più lontano da queste per qualità e per spessore. Infatti, il film sfrutta male idee interessanti, anche un po’ abusate da questo filone cinematografico; complice una sceneggiatura piena di domande, ma con poche risposte che sembra in più di un’occasione non sapere come proseguire il discorso aperto.
La storia è ambientata in un futuro non così lontano, il 2044, quando la terra è diventata un immenso deserto in seguito alle tempeste solari e la popolazione terrestre si è ridotta di oltre il 90%. Ciò ha comportato una regressione anche tecnologica. Una regressione che però non sembra aver colpito tutti i campi della scienza, infatti, una società conosciuta come ROC ha creato degli automi, i Pilgram 7000, capaci di costruire un muro che avrebbe protetto ciò che rimaneva della città e degli abitanti dall’inesorabile avanzamento del deserto.
Per limitare le capacità degli automi e fare in modo che non rappresentino una minaccia, sono stati inseriti due protocolli di sicurezza: il primo determina l’incapacità di ogni robot di nuocere alla vita umana, il secondo impedisce loro di modificare se stessi o altri robot. Una situazione che sembra essere stata modificata, nonostante tutte le procedure e le assicurazioni dell’azienda produttrice, e alcuni robot sembra abbiamo la capacità di auto ripararsi. O perlomeno questo è quello che crede di aver visto un poliziotto di nome Sean Wallace (Dylan McDermott). L’uomo spara ad un’unità che a suo dire si stava auto riparando. A indagare sulla questione è un assicuratore, Jacq Vaucan (Antonio Banderas), un uomo stanco, allo strenuo delle forze che desidera solamente lasciare la grigia e piovosa città per trasferirsi, insieme alla moglie in attesa della loro prima figlia, lungo la costa, dove si dice che il livello di vita sia migliore. E sarà proprio la prospettiva di potersi trasferire a convincerlo ad accettare di indagare su questo caso. Un caso che sin da subito si rivela essere meno chiaro del previsto.
Infatti, nonostante l’ufficiale dichiarazione della ROC, il biokernal del robot sembra essere stato modificato e sembra che siano stati annullati i protocolli di sicurezza. Jacq Vaucan inizia ad indagare e assiste al “suicido” di un automa messo alle strette e questo lo spinge a cercare l’autore della modifica. Una volta trovata la dottoressa in grado di modificare i robot, per Vaucan inizia un difficile viaggio nel deserto a fianco di robot senzienti. Il tutto mentre vengono inseguiti da rappresentanti della ROC a cui è stato affidato il compito di insabbiare la vicenda e distruggere tutti i robot modificati ed eliminare qualsiasi testimone.
La pellicola ha un inizio intrigante e interessante, ma ben presto i problemi a livello di script, lacunoso in alcune parti, imbarazzante per semplicità in altre, si fanno sentire e il film inizia a diventare macchinoso e lento, eccessivamente lento. Anche la performance degli attori lascia alquanto a desiderare, a partire da un grigio Banderas che, per primo, non sembra credere nel suo personaggio. Interessanti le ambientazioni, dalla buia città, costantemente bagnata da piogge acide, all’arido e abbagliante deserto. Un’occasione sprecata per Ibáñez che, complice una sceneggiatura lacunosa e ingenua e una regia piatta, non è riuscito a sfruttare adeguatamente il cast a disposizione e non riesce a creare suspense e interesse nello spettatore.

La frase:
"La vita finisce sempre per trovare la sua strada. Persino qui".

a cura di Redazione FilmUP.com

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