Apocalypse Now - Redux
"Saigon... cazzo sono ancora soltanto a Saigon..." ed anche noi sembriamo immobili nel tempo mentre il rumore dei rotori si trasfonde nell'incessante ritmico martellio delle pale di un vecchio ventilatore. Il Capitano Willard (Martin Sheen), preda dei suoi incubi dettati non solo dall'alcool, ma dall'assurdità di una guerra senza scopo, giace nella sua cuccia in attesa di una missione adatta ai suoi peccati. E questa immancabilmente arriva, ma benché lui sia un capitano dei corpi speciali dei marines (gli stessi di un certo Johnny Rambo) non sarà certo una missione in cui l'eroe americano sconfigge il temibile nemico rosso e riceve la pacca sulla spalla dai suoi superiori. È una missione "sporca", delle peggiori, uccidere un soldato americano o meglio un colonnello: Walter E. Kurtz (Marlon Brando). Un uomo scomodo, un uomo abbrutito dagli orrori delle guerre inutili, convinto che uccidere non sia uno sport da spiaggia e che l'esercito non sia Disneyland, sostenitore del motto machiavellico che il fine giustifica sempre i mezzi e che l'ottuso perbenismo e bigottismo americano sia solo d'intralcio. Un uomo così si ama o si odia, ma in ogni caso segna la tua anima.
La lunga risalita della barca lungo il fiume è in realtà una discesa nei gironi danteschi di un inferno tipicamente americano. Nella versione originale i toni della denuncia, comunque chiari, erano sfumati dall'ottica degli anni settanta. Da allora ad oggi pellicole come "Platoon" prima, e "Full Metal Jacket" poi hanno squarciato il velo d'omertà, ma anche lavori leggeri ("Air America") ci hanno restituito un'America diversa da quella patinata delle copertine di LIFE o Stars & Stripes. Coppola aveva già chiaro il suo quadro allora ed ora ci restituisce l'affresco nella sua completezza. Tutto questo in un momento storico dove la guerra è di nuovo alle porte e i nemici ora come allora sono creature americane, ma stavolta, forse, almeno lo scopo è diverso.
Le quasi quattro ore del film, nella nuova versione ridoppiata e rimasterizzata, sono comunque dure da digerire per un pubblico di massa. Il ritmo della pellicola si dilata progressivamente fino al convulso finale, ma lo sforzo vale sicuramente. La magia del film risiede anche nella fotografia di Vittorio Storaro (non per nulla ha vinto l'Oscar) e di certo le numerose visioni sul piccolo schermo non hanno potuto restituirci che una piccola frazione dell'affresco. Il lavoro di restauro compiuto sulla pellicola non si limita ad un semplice recupero dell'originale, ma, se possibile, ne migliora addirittura la qualità. Il sonoro, già all'epoca in Dolby 5.1 (fu il primo film che utilizzo questa tecnica innovativa) colpisce come un maglio e sembra di essere costantemente al fianco di Willard.
Numerose le sequenze inedite aggiunte, più o meno lunghe e più o meno importanti. Da semplici spezzoni ambientati sulla barca, attraverso una lettura-monologo di Kurtz sulla filosofia della comunicazione americana fino ad una lunga sequenza ambientata in una colonia francese che inserisce temi del tutto nuovi: l'immutabilità della storia, la superficialità degli strateghi americani, ma soprattutto l'amore. Ma alla fine il sapore che resta uscendo dalla sala è sempre e solo uno: "l'orrore... l'orrore".

La frase: "Perché restiamo qui? Noi lo facciamo per tenere la nostra famiglia unita, per difendere ciò che ci appartiene, ma voi americani lottate per il più grosso niente della storia!"

Curiosità: Inizialmente Coppola aveva pensato ad Harvey Keitel per il ruolo di Willard, ma all'ultimo momento scelse Sheen; questo, tra l'altro, ebbe un attacco di cuore durante le riprese che costrinsero Coppola a girare alcune scene di Willard ripreso di schiena utilizzando una controfigura.

Chicca: Il nome di Sheen (Benjamin Willard) viene dai nomi di battesimo dei due figli di Harrison Ford (Benjamin e Willard appunto), inoltre Ford ha come nome "Lucas" (ogni riferimento è puramente voluto!).

Indicazioni:
L'occasione, da non farsi sfuggire, per vedere un capolavoro sul grande schermo.

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