Voce del verbo amore
Si dice che quando l'amore muore ci si domanda come fece a nascere. E così dopo aver visto durante i titoli di testa (un pò come l'americano Ti odio, ti lascio, ti…) l'innamoramento tra Francesca (Stefania Rocca) e Ugo (Giorgio Pasotti), la proposta di matrimonio al Pincio e la costituzione della loro famiglia con tanto di due figli, ecco che li vediamo catapultati davanti al giudice mentre si separano. Non si faceva altro che litigare, come avevano potuto decidere di vivere assieme per tutta la loro vita?
Sono queste le premesse da cui parte "Voce del verbo amore" (titolo volutamente sbagliato perché, come dice il regista: "L'errore, il caos, sono insiti nell'amore"): rapporti che sono stati così intensi finiscono o vivono solamente degli alti e bassi e vale la pena riprovare?

Tratto da un soggetto di Maurizio Costanzo (anche co-sceneggiatore) e diretto da quell'Andrea Manni reduce dall'avventuroso esordio di "Il fuggiasco", "Voce del verbo amore" non di discosta di molto dai soliti canovacci proposti dal cinema italiano quando si impegna a parlare di sentimenti. Roma, una coppia di trentacinquenni senza grossi problemi economici, un genitore che ancora si sente bambino, amici che combinano appuntamenti o fanno i filosofi dispensando consigli da baci perugina (Muccino però diceva molto di più oltre a questo). Festival del luogo comune infarcito di brutte battute (Ma tu quante patate hai mangiato per diventare così gnocca?) volgari non per ciò che dicono, ma per l'intelligenza dello spettatore (tutto il doppio senso sulle cotiche e i fagioli fa cascare le braccia).
Sulla stessa falsariga la recitazione (si salva la povera Cecilia Dazzi costretta al ruolo dell'amica sfigata, cui comunque dona un minimo di credibilità) appesantita oltretutto dalla male assortita coppia di protagonisti Pasotti-Rocca: hanno solo due anni di differenza nella realtà (più grande lei), ma lui sembra davvero ancora un ragazzino in confronto alla fredda bellezza dell'attrice lanciata da Salvatores con Nirvana. Colonna sonora utilizzata come il sale per la conservazione del merluzzo. Quel che ne esce sembra il collage di una serie di scenette di "L'Italia sul due" (programma pomeridiano di Rai Due) cui manca giusto il commento successivo dei vari professor Meluzzi, Giancarlo Magalli e Valerio Merola. Certo se pensiamo che l'ultima sceneggiatura di Costanzo è stata quel "Troppo Belli" con Costantino e Daniele, sicuramente un passo (enorme) in avanti, ma all'epoca si poté parlare di morte del cinema. Qui, dato l'interessante (sulla carta) tema trattato, il pensiero sarebbe potuto andare subito al bel "Anche libero va bene" di Kim Rossi Stuart, più drammatico senza dubbio, ma anche più divertente quando si trattava di alleggerire. Tutto rimane in superficie, manca l'attaccamento alla realtà e qualsiasi considerazione successiva. E non trattandosi di una commedia allegra, ma di un film che con un tono leggero vorrebbe comunque parlare dell'oggi, l'assenza è grave.
Spiace sempre parlare male di un film italiano, terribile è il pensiero poi che al giudizio oggettivo possa subentrare il desiderio di fare gli snob e criticare in senso negativo personaggi televisivi come Costanzo che oggi hanno dilapidato molto del credito meritato in passato come giornalisti, ma davanti a prodotti del genere che bisogna fare?

La frase: "Maschio, etero, libero. E' roba da WWF".

Andrea D'Addio

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