Vidocq
Innanzitutto il titolo sarebbe dovuto essere Vidocq "e" l'uomo senza volto, perché contrariamente a quanto ci si immagina Vidoq è un investigatore che da la caccia ad un misterioso individuo che si cela dietro una maschera di vetro, ovvero l'uomo senza volto.

"Vidoq è morto!" è il grido che riecheggia per tutta Parigi.
Siamo nel diciannovesimo secolo e l'ago del potere si sta rapidamente spostando; la morte di due eminenti personaggi: Veraldi e Forissard legati alla produzione delle armi e della polvere da sparo per l'esercito del re, getta nelle ambasce il capo della polizia che, disperato, decide di rivolgersi al più capace detective deduttivo della città: Vidocq (Gerardepardieu / "La Maschera di Ferro").
Nonostante qualche screzio precedente Vidocq, ed il suo compagno Nimier (Moussa Maaskri) decidono di accettare il caso, ma la pista si rivelerà molto più pericolosa del previsto, tanto da provocare la morte di Vidocq ad opera del misterioso individuo dalla maschera di vetro. Sarà il giovane Etienne (Guillaume Canet / "The Beach") a continuare le indagini del suo idolo ed a conoscere le mille persone coinvolte in un intrigo a cavallo tra il gotico e l'esoterico.

Pitof, qui al suo esordio alla regia, trasporta sullo schermo, con un gusto molto personale la novella di Jean Christophe Grangè che si muove costantemente tra il flashback ed il presente. Il Vidocq che vediamo sul grande schermo non ha nulla a che fare con quello dell'omonima serie di telefilm degli anni sessanta, anzi direi che è decisamente antitetico. La pellicola ha forse richiesto un maggior lavoro di post-produzione che di girato vero e proprio: tutte le scenografie esterne sono state arricchite con la computer-graphic inserendo palazzi, strade ambienti, fiamme, luci e quant'altro. L'effetto risultante è meno aberrante di quanto si potrebbe immaginare, poiché per un gusto estetico del regista, teso a trasportare lo spettatore all'interno della pellicola, sono stati effettuati pesanti interventi sia sulla saturazione dei colori che sulle focalità; il risultato finale è una profondità di campo pressoché totale con una gamma cromatica sempre virata sugli estremi (molto calda od estremamente fredda a seconda della situazione). Certo in questo contesto a volte i personaggi sembrano quasi distaccati dalla trama ambientale come se si muovessero all'interno delle schermate di un videogioco quale "Unreal". Anche le inquadrature sono particolarmente estreme: spesso l'occhio della telecamera (perché di questa si tratta) si sofferma sul personaggio movendosi insieme a lui, ma altre volte si sposta in una sorta di visuale soggettiva soffermandosi su oggetti o particolari mentre il resto dell'azione si sposta, imprimendo così un forte movimento al tutto, ma dando una sorta di "nausea" allo spettatore.
Nel complesso la pellicola risulta comunque innovativa e la scelta di una sorta di thriller investigativo, seppur condito da un tocco di soprannaturale, è vincente rispetto al tipo di risultato che si voleva ottenere. C'è da dire che se è vero che Sir Arthur Conan Doyle pare si sia ispirato al personaggio di Vidoq (realmente esistito) per il suo Sherlock Holmes, è altrettanto vero che Jean Christophe Grangè si è ispirato a Doyle per la struttura della storia e la caratterizzazione di Vidoq.
Mai eccessivamente splatter, né troppo aderente agli stilemi classici del thriller, "Vidoq" non trova una sua collocazione precisa con scene di lotta tipicamente francese (savate e canne) che si alternano ad analisi deduttive.

La chicca: Nella scena finale ambientata nel cimitero di Montmartre il panorama che possiamo ammirare non è quello poiché non si potrebbe vedere tutta Parigi con la collina del Sacro Cuore.

Indicazioni:
Se volete calarvi in un'atmosfera di thriller esoterico, ma solo per chi sa accettare una pellicola un pò innovativa negli schemi.

Valerio Salvi

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