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Under the Skin











Una donna girovaga al volante di una macchina per città e campagne scozzesi, offrendo passaggi agli uomini incontrati per strada.
L’identità della donna ci è sconosciuta e, più che un interesse di tipo sessuale, ciò che la spinge a fermare i passanti sembra una curiosità ai limiti dell’infantile: quello che le preme di sapere è il loro lavoro e la loro condizione sentimentale, palesando un interesse sincero verso le loro vite. Una volta, però, che il diretto interessato (e lo spettatore) viene fatto accomodare nella sua "dimora", la giovane donna comincia a svelarsi per quello che realmente è: varcata la soglia della porta, ci si ritrova in un ambiente asettico immerso nel buio, dove l’uomo-vittima, una volta spogliatosi in attesa dell’atto sessuale, piomba in uno stato catatonico e segue incondizionatamente i movimenti sensuali della protagonista, ritrovandosi immerso in una sorta di lago nero che sostituisce il pavimento della stanza. Da quel pozzo denso l’uomo non riuscirà più ad uscire.
L’aliena raccontataci da Jonathan Glazer ha le fattezze e la sensualità di Scarlett Johannson e, armata di parrucchino nero e rossetto rosso, nel corso del film perde il guscio da predatrice focosa per svelare progressivamente il suo animo "sottopelle".
L’operazione fatta da Glazer, infatti, è quella di prendere contesti e personaggi tipici del cinema di fantascienza e capovolgerli, nel tentativo di recuperare quello scopo che animava la science-fiction classica, ovvero alieni e universi paralleli come metafora dell’uomo e dei suoi rapporti. Il suo interesse allora si dirige subito verso l’interiorità della protagonista e la sua relazione con il mondo circostante: riducendo all’essenziale il dialogo (nell’ultima ora il film è quasi totalmente privo di parole) ed eliminando azione e twist narrativi dalla sua storia, Glazer ci mostra una donna sola, alla ricerca di una sua collocazione nel mondo degli umani e delle emozioni.
Peccato, però, che tutto il film sia immerso in un’estetica banale e poco espressiva e lo sguardo del regista sia privo di quella sensibilità necessaria a raccontare una storia del genere: ogni contatto che l’aliena instaura con gli uomini è meccanico, superficiale e mai veramente credibile e il suo è un peregrinare che ben presto affonda nella noia.
Non bastano l’ambizione e il coraggio (per quanto apprezzabili) se alla base mancano la grammatica filmica e l’essenziale per creare tensione e rapporti veri. Glazer, infatti, sembra concentrarsi più sull’estetica, sul tappeto sonoro e l’ambientazione che sulla ricerca di un modo originale per raccontare una storia e delle ossessioni già più volte portati sullo schermo. Non si instaura mai un contatto reale col personaggio, l’atmosfera c’è ma rimane fine a sé stessa e ciò che resta, al termine della visione, è un’opera debole nella messinscena e, in fondo, poco incisiva nei contenuti.

La frase:
"Se cerchi un po’ di solitudine, questo è il posto ideale".

a cura di Stefano La Rosa

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