Una lunga domenica di passioni
Ritorna Amélie, e pare di vederla muoversi per il set, con i suoi piccoli tic, le sue simpatiche abitudini.
Jean-Pierre Jeunet non rinuncia alla sua musa, Audrey Tautou, e nemmeno a tanti piccoli ammiccamenti e luoghi comuni nella sceneggiatura che tanto particolare avevano reso l'opera che lo ha innalzato agli altari della fama.
Mathilde, finita la guerra, ha saputo che il fidanzato è stato condannato a morte per auto-mutilazione. Orfana, tisica, ma testarda e determinata, andrà comunque alla sua ricerca, non arrendendosi nemmeno all'evidenza.
Uno degli incipit più serrati e decisi degli ultimi tempi caratterizzano una descrizione di rara bellezza della guerra di trincea del 15-18. Il film perde via via di mordente, ma rimane comunque godibile e appassionante/appassionato.
Jeunet, aiutato dalla co-produzione americana, arruola gli attori a lui più cari, dalla Tautou a Dominique Pinon, innestando nel suo cinema volti nuovi, come Dussolier, Marion Cotillard (già vista in Big Fish) e Jodie Foster. Preciso è anche l'intento di una nuova collaborazione con il direttore della fotografia, Delbonnel, che contribuisce a smorzare un po' i toni della vicenda con i colori caldo pastello, favolistici, con cui ci aveva già abituato.
Jeunet costruisce il suo cinema su una macchina in continuo movimento (o quasi). Si sposta, giostra su un set spesso ricostruito al computer, dando l'idea di una storia che si sta scrivendo sotto gli occhi dello spettatore, di una vicenda in fieri, della quale nulla è già stato prestabilito, predeterminato.
L'uso di una fotografia pastosa, di una sceneggiatura che, nel riadattare il libro di Japrisot, fa l'occhiolino al mondo costruito e ovattato di Amélie, le tecniche di narrazione simili, possono dare l'idea del già visto, l'idea di una sostanziale mancanza d'idee. Ma la ricostruzione storica, e le scene del fronte, sono veramente alcune delle più belle e accurate che il cinema ci ha proposto di quel periodo, e le due ore in sala trascorrono, nonostante la prevedibilità di (parte) del finale, agevolmente e senza rimpianti.

La frase: "Il quinto uomo era della leva del 1917, non aveva ancora vent'anni. Ora aveva paura di tutto: cannoni, gas, mitragliatrici, condanne a morte. Prima del massacro era diverso..."

La curiosità: Le musiche sono di Angelo Badalamenti, strettissimo collaboratore e autore di quasi tutte le musiche di David Lynch.

Pietro Salvatori

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