Tron: Legacy
Così come nel 1985 "Legend" di Ridley Scott ha cambiato per sempre il mondo del cinema dando vita al filone "fantasy", così "Tron", diretto da Steven Lisberg e prodotto dalla Disney nel 1982, è considerato il progenitore di tutta quella serie di pellicole che guardano alla realtà virtuale. In poche parole, senza "Tron" forse non ci sarebbe stato "Matrix"? Chi può dirlo? Sicuramente quello che doveva essere un semplice film fantasy di fantascienza per famiglie, senza tante pretese, superò le aspettative di incasso. Ora dopo 28 anni la Disney ha deciso di rispolverare il tutto e puntare su un nuovo capitolo della storia realizzando: "Tron Legacy", diretto dall’esordiente Joesph Kosinski, mentre Steven Lisberger, già regista del precedente film, è qui nel ruolo di produttore. La decisione è stata chiaramente favorita dalla possibilità d’impiego delle nuove tecnologie, come il 3D che consente una totale immersione tridimensionale dello spettatore in un mondo diverso. Sì perché "Tron Legacy" è diviso in due realtà quella esteriore del mondo che tutti conosciamo e quella interiore, all’interno della stessa rete internet. Da qui è evidente come la prima parte sia caratterizzata da una dimensione visiva più ridotta, generata dal classico 2D, mentre la seconda parte è completamente in 3D, cui si associa una ricercatezza a livello stilistico e scenografico tesa a dare allo spettatore questa spiccata sensazione di dualità. Il nostro mondo è caotico, polveroso e sporco caratterizzato però da colori vivaci, mentre l’altro mondo è pulito, ordinato e i colori utilizzati sono ben pochi a parte il bianco, il nero e qualche sfumatura di grigio, messi in risalto dal rosso e dal blu-bianco dei led e dei neon delle diverse apparecchiature utilizzate. Questa spettacolare impresa attinge a piene mani da capolavori cinematografici come "2001: Odissea nello spazio", "Blade Runner" di Ridley Scott e da molti altri fra cui "Matrix", oltre che dal mondo degli anime, come la saga di "Ghost in the Shell" e "Akira", per non parlare di "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Tim Burton con la ripresa di un personaggio simile al "Cappellaio Matto" interpretato da Johnny Depp. A dare un tocco di originalità e vivacità a questo stereoscopico film dai toni cupi, teso a mostrare la coesistenza e l’ormai sempre più "vicina" fusione di questi due mondi, è l’eccezionale colonna sonora dei "Daft Punk", le cui note fanno da penetrante sottofondo amplificando le visioni fantascientifiche dalle forme lineari. Il cast è composto dal premio Oscar Jeff Bridges, che vediamo ora ringiovanito come nel primo "Tron", ora invecchiato in forma di vecchio saggio che pratica forme orientali di "meditazione zen", accanto a lui Garrett Hedlund, Olivia Wilde, Bruce Boxleitner, James Frain, Beau Garret e Michael Sheen.
L’opera riprende la storia del precedente capolavoro e in pochi minuti cerca di recuperare e spiegare cosa è avvenuto in questi anni, compiendo il passaggio del testimone da Sam Flynn, protagonista di "Tron", a Kevin Flynn, figlio ventisettenne di quest’ultimo e protagonista di "Tron Legacy". Sebbene il film entusiasmerà per gli effetti speciali, per la scenografia eccellente e una colonna musicale altrettanto interessante, ha comunque qualche piccola nota stonata a cominciare dal poco convincente rapporto padre e figlio, poco coinvolgente e convincente, dato che entrambi hanno passato anni nel dolore, temendo di non rivedersi più.

La frase: "La rete, una frontiera digitale. Cercavo di immaginare gruppi di informazioni che si muovevano nella rete e che aspetto avessero".

Federica Di Bartolo

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