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Gli invisibili

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Thomas Cardinali19 ottobre 2014
 

  • Foto dal film Gli invisibili
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Il barbone gentiluomo. Non ci sono altri aggettivi per l’ennesima splendida interpretazione nella carriera di Richard Gere, con cui forse arriverà finalmente l’approvazione dell’Academy. In “Time out of the mind” il sex symbol di “American Gigolò” si copre con cappotto e zuccotto scendendo nelle strade di New York City, ma per una volta non sono gli applausi e gli abbracci delle fan ad attenderlo. Il delicato ruolo del senzatetto George Hammond viene costruito in modo pressoché perfetto grazie ad una regia che si avvale di obiettivi telescopici dalla lunga distanza, in modo che Gere non venga mai riconosciuto. Qui è evidente il dramma degli invisibili, circa 60 mila nella “Grande Mela”, ma ancora di più quello della società contemporanea.

I newyorkesi non riconoscono l’attore mentre chiede l’elemosina, anzi continuano imperterriti il loro cammino con gli immancabili smartphones. Il lungometraggio è interamente basato sulla figura del protagonista, con dialoghi lenti e ricchi di significato.

L’espressività e la drammaticità nel suo sguardo creano commozione permettendo allo spettatore di riflettere su una parte nascosta di questa grande città. Non soltanto una riflessione su quanto c’è di brutto, ma anche un omaggio alla legge. La metropoli a stelle e strisce è, infatti, l’unica al mondo dove viene stabilito che ogni senzatetto ha diritto ad un letto e due pasti al giorno negli appositi centri. Invece di esserne felici però gli sfortunati ospiti vivono tutto ciò come una prigione da cui fuggire.

Ecco che qui emergono tante contraddizioni del loro dramma.
Perché fuggire da un posto dove si è al sicuro? Perché non leggere la bontà dei centri? La risposta è forse evidente: in questi luoghi i senzatetto perdono la loro dignità di uomini vivendo gli uni a contatto con gli altri, quasi come animali di cui effettivamente non importa nulla a nessuno. E’ l’affetto che manca loro ed è proprio per questo motivo che il regista Oren Moverman inserisce nella sceneggiatura la figlia Maggie, Jane Malone, la quale rappresenta l’unico legame d’umanità del protagonista. Il suo ruolo è molto marginale, infatti, la scena resta sempre con George al centro, ma aiuta a capire come questo dramma sia capace di scalfire anche il cuore di marmo ferito di una figlia abbandonata dal padre per più di 10 anni.

Il dramma di George è dipinto in tutti gli aspetti più crudi, basti pensare all’alcolismo e ai soldi dell’elemosina che se ne vanno tutti in birre. E’ il degrado e la discesa verso l’oblio di un uomo che ha perso tutto. L’unico momento in cui sembra riscoprire la sua umanità è quando suona il pianoforte nel bar, mentre la cosa più triste è la mancanza di rispetto e dignità umana che riceve dalla figlia quando le porge le foto, ma presto anche lei potrà comprendere l’orrore che il genitore sta soffrendo e forse capirà come la punizione che meritava sia già arrivata. Richard Gere è anche il produttore di questo progetto in cui ha creduto fortemente e che rappresenta la conferma di essere tornato ad alti livelli artistici continuando i buoni riscontri ricevuti con “La Frode” (2013). Sicuramente il pubblico più ampio potrebbe trovare l’opera “pesante” e a tratti noiosa, ma è una triste fotografia del nostro tempo scattata con grande bellezza artistica.


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