13 anni
Catherine Hardwick alla sua prima regia ci offre un opera che tenta di indagare nel disagio delle adolescenti statunitensi che si trovano ad affrontare un mondo in cui è difficile districarsi.
La storia è quella di Tracy (Evan Rachel Wood) studentessa modello nonché figlia di Melanie (la sempre brava Holly Hunter) che una volta arrivata al liceo si trova davanti un mondo che non si aspettava. Qui per farsi rispettare non c'è bisogno dei buoni voti, bensì, per entrare a far parte del branco, bisogna "ribellarsi" all'ordine costituito. Tracy incontra Evie (Nikki Reed, anche co - sceneggiatrice del film), mito della scuola, che la condurrà in un vortice di dissoluzione.
Strutturato sui moduli del "Dogma" (macchina a mano ecc.), come ormai quasi tutto il cinema indipendente americano, il film della Hardwick vuole essere una riflessione sullo spiazzamento provocato dalla mancanza di strutture forti nella testa di un'adolescente che inizia a cercare il suo ruolo nel mondo. Nella vita di Tracy manca la famiglia perché sua madre è costretta a tirare avanti da sola per colpa di un ex marito che non c'è mai neanche come padre. Manca la scuola che non è abbastanza "moderna" per riuscire a capire le esigenze dei ragazzi con una vita problematica. Ma soprattutto mancano dei legami sinceri tra tutti i ragazzi coinvolti in questo "tempo malandato".
Dal film sembra uscire fuori il bisogno di modelli "veri" che in qualche modo guidino questi ragazzi sballottati, e che invece non esistono. L'apparire è più forte dell'essere. Se però ci allontaniamo dall'analisi sociologica e parliamo di cinema, è come se tutto questo l'avessimo già visto. Voglio dire: la struttura tecnica (l'uso continuo della macchina a mano) è già stata ampiamente sfruttata e comincia a mostrare la corda (va bene la scelta di campo, ma l'uso di questa tecnica dovrebbe essere giustificato da momenti emozionali!); poi la ribellione delle due ragazze è troppo incasinata e spezzettata (filmicamente parlando) per riuscire a renderci completamente partecipi.
Voglio per un attimo deviare il discorso: il cinema statunitense è pieno zeppo di personaggi ribelli vittime di un sistema che tutto fa meno che guidarti o perlomeno indirizzarti. Dal capolavoro "Gioventù bruciata" o dal bellissimo "Il seme della violenza" che è del 1955 in poi il disagio giovanile, specialmente all'interno delle scuole, è stato ampiamente sfruttato (il che non vuol dire che abbia esaurito le risorse). Quindi è certo che in cinquant'anni, o forse più, questo è un tema che ha sempre toccato la sensibilità dello spettatore (lo stesso discorso, in termini diversi si potrebbe fare, comunque anche per la società europea o mondiale). Però se prima eravamo toccati dai personaggi, devo dire che oggi è sempre più faticoso. L'uso di tutti gli stereotipi che si usano per scioccare (il bacio lesbico, il piercing ecc.), ormai non scioccano più nessuno. I ribelli non sono neanche più ribelli, perché non riescono a capire il vero obiettivo contro cui ribellarsi. Sono quasi ribelli "alla moda".
Comunque sia, se non siete ancora a conoscenza del grande disagio che attraversa una generazione sballottata da tutto e da niente, allora questo film vi farà riflettere, altrimenti potrete ricorrere alla fantasia e immaginarvi su una Thunder Road qualsiasi portandovi dietro il disagio che in un modo o nell'altro ognuno di noi ha provato. Giusto per tenere vivo il ribelle che è in noi.

Renato Massaccesi

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